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La questione del rapporto tra adolescenza e apprendimento ha molto a che fare con la costruzione dell’identità dei ragazzi e risulta pertanto fortemente intrecciata al lavoro educativo. È una questione che ci sfida costantemente, su più livelli. Anzitutto, la scuola. Il rapporto dei nostri ragazzi con le istituzioni scolastiche si è spesso incrinato per un’assenza di interventi specifici, carenza di personale, assenza di metodologie in grado di leggere la loro specificità: il loro retroterra, la loro intelligenza in genere legata a modalità di funzionamento lontane da quella linguistico-verbale. Sono ragazzi in buona parte stranieri, provengono da Paesi con una tradizione educativa molto differente e, in alcuni casi, non sono stati alfabetizzati nemmeno nel loro Paese d’origine.

Apprendimento, riapertura delle possibilità di acquisizione di strumenti cognitivi, di conoscenze, rilancio del desiderio di crescere anche culturalmente, miglioramento delle capacità linguistiche, acquisizione di capacità di accedere alle informazioni e di saperle gestire – occorre però sottolineare che sotto questi aspetti il tema dell’apprendimento e di come riattivarlo è di fatto trasversale a tutti i giovani che accogliamo.

Lo è, tuttavia, anche in un senso meno specifico. Apprendere significa mettersi in movimento, cambiare, uscire a una condizione di ripetitività inchiodata al presente. Significa spostarsi in luoghi non abituali. È quello che dobbiamo cercare di fare con i minori che sono da noi. Far fare esperienze diverse e, soprattutto, far riflettere sulle esperienze, per consolidare, per generare capacità di riflessione sul vissuto, dimensione in genere assente o poco sviluppata in loro.

Un percorso educativo, un progetto di recupero per una ragazzo in messa alla prova, è in tutti i suoi aspetti un’esperienza di apprendimento: di regole, di comportamenti, di dimensioni sociali mai prima esplorate, È anche un’esperienza di apprendimento alla cittadinanza.

Il concetto di apprendimento si lega per noi, di conseguenza, in modo inscindibile a quello di maturazione. Il lato educativo dei processi di apprendimento, spesso trascurato dalla didattica scolastica, è uno dei fuochi stabili della nostra attenzione.

I giovani sottoposti a misura penale spesso, dato il contesto in cui sono cresciuti, non hanno avuto la possibilità di coltivare quella solitudine “buona” che i più fortunati, da piccoli, possono dedicare alla costruzione del proprio immaginario e dell’identità personale, costruzione che passa anche attraverso l’intimità e la riflessione generata dalla lettura e dalla parola scritta. Sono giovani che, nella maggior parte dei casi, hanno vissuto in contesti promiscui, privi di sollecitazioni culturali. La loro identità non si è potuta sviluppare autonomamente separandosi da quella di coloro con cui sono cresciuti. La solitudine per questi giovani è spesso una pena, non sono in grado di viverla come una risorsa.

Riteniamo questa considerazione un fattore di correzione importante per limitare e guardare con prudenza l’eccesso di utilizzo di tecnologie, alle quali i ragazzi vengono spesso indirizzati come se la virtualità informatica producesse di per sé apprendimento. La tecnologia, al contrario, se usata superficialmente e in modo “iperattivo” può avere effetti ulteriormente passivizzanti.

La pazienza, la fiducia, un tempo adeguato alle caratteristiche di ognuno, sono fattori educativi che, in riferimento alle dinamiche dell’apprendimento, portano alla meta di crescere culturalmente e cognitivamente in modo più sicuro. Tutti fattori che oggi non si trovano facilmente a disposizione degli adolescenti in difficoltà.

I nostri ragazzi hanno bisogno di fare esperienze di apprendimento immediatamente significative, che si leghino cioè in modo forte alla loro personalità, ai loro bisogni, che possano diventare un punto di attrazione delle loro energie e del loro impegno, pena il disinteresse e il fallimento delle strategie messe in campo.

Un altro elemento forte di considerazione, in questo processo, è la figura dell’adulto, che deve essere autorevole e rappresentare un modello, agli occhi del ragazzo, facendo sentire la sua passione per quanto insegna. L'adulto stesse deve porsi in una condizione costante di apertura, di apprendimento per entrare in relazione con il ragazzo. Questa è la condizione per riuscire a insegnargli qualcosa, a offrirgli un’occasione di maturazione. Un adulto, in altre parole, che sia allo stesso tempo un maestro e una persona che si mette in gioco nell’esperienza che propone. Quando questo avviene, si producono naturalmente attenzione e partecipazione.

Parte del contributo di Lamberto Bertolé  presente in Educare al futuro, scritto a seguito dell’Incontro di Arimo di settembre 2012, dedicato ad “Adolescenza e apprendimento”. 

L'autore.
Operatore e progettista sociale, nel 2003 ha fondato la cooperativa sociale Arimo. È attualmente Presidente del Consiglio Comunale di Milano.

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