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Ogni volta che ascolto quella canzone, per me assume un significato diverso.
E’ nata come una semplice canzone d’addioprobabilmente
era rivolta solo a una ragazza,
ma mi rendo conto che potrebbe essere interpretata
anche come l’addio all’infanzia in un certo senso.” J. Morrison

Melania
È l’ora dell’appuntamento prefissato, poche parole al telefono qualche giorno prima bastano per far intraprendere un cammino immaginifico che segna un primo contatto con l’Altro; poi arriva il momento dell’incontro ed inizia un viaggio.

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Melania si presenta puntuale ad ogni seduta ed ha preparato tutto l’occorrente per il lungo percorso che calpesteremo. Ha solo 19 anni eppure ho la sensazione che una saggezza la abiti e che si sia preparata a quel colloquio da tempo.

Melania ha un nome evocativo per qualsiasi operatore del settore! In quel nome il conosciuto si mescola al nuovo, al non vissuto, a qualcosa che è stato ed a tutto ciò che sarà. 

Il passato

Melania porta le cicatrici di una storia di maltrattamenti familiari di cui è stata vittima: il padre, uomo rispettato dalla comunità per il suo impegno sociale e civile, si mostra violento e incapace di controllare la rabbia all’interno delle mura domestiche. Melania trascorre l’infanzia nel vano tentativo di scomparire, di “rendersi invisibile”: parlare con tono di voce basso, non esprimere opinioni, non portare bisogni. Niente però può salvarla dalla furia di un padre narcisista, che vede l’altro solo come oggetto del proprio soddisfacimento e/o della propria frustrazione.

La madre è raccontata come una donna fragile, caratterizzata da un vuoto esistenziale che la porta ad utilizzare la relazione con la figlia come un’unica àncora alla vita, contro il vento mortifero che le soffia dentro.

L’unica figura che la ragazza ricorda con calore e commozione è quella di una anziana zia materna che spesso la ospita nella sua piccola casa con due gatti e cucina improbabili dolcetti preparati con ingredienti “strani… magici!” Afferma Melania accennando un timido sorriso, ma aggiunge: “Quando lei è morta, è morta la mia infanzia”.

Insieme al rapporto con la zia, Melania trova rifugio nello studio, nei suoi amati libri che diventano mondi in cui cercare conforto, contenimento e significazione... ma ovviamente non basta!

Ad ogni urlo o schiaffo la sua anima delicata subisce una lacerazione; ad ogni percezione dello sguardo vacuo della madre, Melania sente di perdersi, di staccarsi dalla propria pelle e di rischiare di venire inghiottita in un vortice che percepisce fisicamente all’altezza dello stomaco.

La cantante Melanie Martinez

“…la mia cantante preferita si chiama Melanie Martinez! Abbiamo anche lo stesso nome e… un po’ anche la stessa storia!” Afferma imbarazzata Melania e mi recita alcuni passi dal singolo Dollhouse:

Places, places, get in your places
Posti, posti, tornate ai vostri posti

Throw on your dress and put on your doll faces
Sistematevi i vostri vestiti e rimettetevi le vostre facce da bambola

Everyone thinks that we're perfect
Tutti pensano che noi siamo perfetti

Mom, please wake up
Mamma, per favore svegliati

Dad's with a slut, and your son is smoking cannabis
Papà è con una sgualdrina e tuo figlio sta fumando cannabis

No one never listens, this wallpaper glistens
Mai nessuno ascolta, queste pareti luccicano

Don't let them see what goes down in the kitchen
Non lasciare che loro vedano ciò che accade giù in cucina

Melania trova nella musica e nei testi di questa cantante dalla storia familiare dolorosa un rispecchiamento, si sente rappresentata nelle sue ferite; così per molti incontri il setting musicale di Martinez ci fornirà la scenografia e le parole che altrimenti sarebbe stato difficile trovare.

Io la seguo, mi fermo quando l’intensità della fuoriuscita del sangue dalle sue ferite psicologiche è copioso; a volte sento che le bende-parole non bastano; mi imbratto le mani di rosso per tenere i lembi della sua pelle strappata.

E’ tutto molto intenso e doloroso ma non ci fermiamo, la tengo stretta dentro e lei lo permette.

Passo dopo passo

Ci sono voluti anni prima che le ferite smettessero di sanguinare copiosamente; anni in cui spesso il silenzio significava più delle parole, in cui il “corpo” del setting conteneva mentre la mente terapeutica provava a cucire gli strappi.

E’ stato necessario un tempo ed uno spazio per “apprendere dall’esperienza” (W. Bion) la possibilità di affidarsi; per permettersi di lasciarsi contenere e di toccare in sicurezza la propria parte vitale e creativa. Ad ogni passaggio le cuciture dell’anima sembravano non tenere ed era indispensabile prima rimettere le bende e poi, ridare i punti laddove si era verificata la scucitura.

C’è stato anche un tempo di attacchi furiosi alla relazione terapeutica: Melania ha costruito un’immagine di sé immeritevole, non amabile; la messa in discussione di questa rappresentazione le faceva sperimentare lo smarrimento, un disorientamento a cui reagiva con la rabbia distruttiva. Al tempo stesso, i suoi attacchi le provocavano “un terrore senza nome”: si sperimentava come violenta (e qui tornava una identificazione con la figura paterna), pericolosa per il suo oggetto d’amore.

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E’ trascorso tanto tempo prima che Melania si consentisse di lasciare “la posizione schizoparanoide” per accedere a quella più “depressiva”, in cui sperimentare l’integrazione di una relazione che pur essendo a volte frustrante non è altro da quello stesso rapporto protettivo, caldo e contenitivo da cui più volte si era lasciata sorreggere.

“La radice della creatività si ritrova nel bisogno di ricostruire l'oggetto buono distrutto nella fase depressiva.” (M. Klein)

La fine è l’inizio

“E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell'aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.” (T. Terzani)
Trascorsi circa due anni, Melania con voce incerta mi comunica che ha vinto una borsa di studio universitaria e che presto dovrà trasferirsi all’estero.

La conclusione di una terapia costituisce una fase molto vitale e vivace: l’aumentata capacità di pensare e di tollerare la frustrazione, la maggiore consapevolezza di sé, il migliore contenimento delle proprie paure grazie alla costruzione di una narrazione esistenziale non solo di ciò che è stato ma anche di ciò che è nel presente, permettono al paziente di attivare processi di autonomizzazione e di differenziazione dalla figura del terapeuta. “Non ci si porrà come fine quello di appianare tutte le particolarità umane a favore di una normalità schematica o addirittura di pretendere che una persona analizzata a fondo non provi più passioni o non sviluppi più conflitti interni. L’analisi ha il compito di instaurare le condizioni psicologiche più favorevoli per le funzioni dell’Io; a questo punto il suo compito può dirsi assolto”. S. Freud

Indubbiamente, però, la “fine” dell’analisi è anche un momento di distacco, di separazione, di lutto e pertanto doloroso.

Con Melania è stato necessario lavorare sulla separazione come occasione di crescita, cercando di porre attenzione alle angosce che di tanto in tanto facevano capolino in seduta, riattivando i lontani vissuti di perdita e di morte. Il rischio era quello di percepire la fine come strappo e non come occasione di crescita e di utilizzo delle nuove e creative capacità di pensiero ed emotive ormai sviluppate.

In questo passaggio, ho dovuto pensare, autorizzare e rendere legittimi i bisogni di indipendenza di Melania, cercando di digerire le proiezioni che mi arrivavano in merito ad una madre mortifera che non permette la vita oltre lei.

Melania, come una bimba che dopo aver a lungo camminato, tentennando ed appoggiandosi, decide di iniziare a correre, sperimenta l’euforia di un senso di libertà che sente di poter gestire, di potersi concedere sapendo che il dialogo con ciò che ha messo dentro della relazione terapeutica non finirà mai, sarà “interminabile” (S. Freud).

Una terapia non finisce con la conclusione delle sedute: attraverso le capacità di mentalizzazione e di autoanalisi che il paziente ha sviluppato è possibile, e accade, che il percorso terapeutico continui nella mente del paziente…

“allora, questa è la fine, ma anche l’inizio di una storia che è la mia vita...” (T. Terzani)

Qualche riferimento bibliografico

  • Bion W., Apprendere dall’esperienza, Armando Editore
  • Freud S., Analisi terminabile e interminabile, in Opere, 1982
  • Klein M., Scritti 1921-1958, Boringhieri 1978
  • Terzani T., La fine è il mio inizio, Longanesi 2006 
L'autore.
Psicologa, psicoterapeuta in una comunità per bambini vittime di abuso e maltrattamento 4/13 anni e presso l'azienda ASST Valle Olona.

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