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SOLDATI
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.
Giuseppe Ungaretti

Nella sala d’attesa, scorgo una figura minuta, vestita completamente di nero, perfino i capelli sono di un nero corvino che contrasta con il viso pallido, lunare.

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A sentire il suo nome, Celeste alza lo sguardo fino a pochi minuti prima fisso sul cellulare e vengo colpita dal colore blu intenso dei suoi occhi. Ho una sensazione di estraniamento, questa ragazza dalle fattezze così ridotte mi provoca un sentimento di inquietudine misto a tenerezza. Negli incontri successivi, comprenderò i motivi di questi miei vissuti: Celeste porta una profonda sensazione di solitudine, di precarietà, di futilità dell’esistenza.

Quando svogliatamente trova le parole per raccontarsi, mi trovo in contatto con una disperata assenza, una mancanza che Celeste contiene in un’idea suicidaria divenuta compagna di vita.

La ragazza testimonia con la sua sofferenza il vuoto sperimentato in risposta ad un contenimento che doveva verificarsi e che invece l’Altro significante ha disatteso, determinando un “crollo”. (D. Winnicott)

“… verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mt. 27,46

L’urlo sulla croce di Cristo è archetipo di ogni grido di aiuto che risuona dell’angoscia della solitudine: non è rimasto più nulla, nemmeno Dio. Anzi no: c’è un’unica certezza rimasta, è la sofferenza e la piena identificazione con essa.

Celeste ha trovato nel proprio dolore, un aggancio all’Eros come attesa del momento in cui sceglierà Thanatos.

La disperazione porta l’esperienza della morte, ma è al tempo stesso requisito della resurrezione possibile attraverso l’incontro con l’Altro che tiene e contiene, che soccorre, che prende fra le mani. «Chiamo “madre” il primo altro soccorritore» (Sigmund Freud)

Madre, mamma è il nome dell’altro che risponde alla domanda di aiuto, sostegno, soccorso.

“Noi facciamo esperienza della “madre” ogni volta che le nostre mani sono tenute in vita o tengono in vita mani più fragili, più deboli, inermi e senza le quali la vita umana appassisce, si spegne, cade nel precipizio. Dove vi è qualcuno che risponde al grido.” (Massimo Recalcati)

Celeste

Celeste è una ragazza di soli 15 anni che frequenta “saltuariamente” un corso di pasticceria, anche se non le piacciono i dolci.

Il nero dei vestiti spesso è smorzato da un trucco sul viso caratterizzato dal rosso sulle labbra e da blu e/o rosa-fucsia sulle palpebre… almeno all’inizio dei nostri incontri. Con l’andare del tempo e con lo stabilirsi della relazione terapeutica, Celeste si presenterà sempre più spesso senza trucco alcuno sul viso, le guance pallide e il blu intenso degli occhi a contrasto.

Lo stesso colore degli occhi lo troviamo nella madre, donna minuta con un eloquio veloce e uno sguardo evitante; mentre la sorella presenta un tradizionale marrone scuro che rinfaccia a Celeste, come se quest’ultima avesse potuto scegliere e ne avesse quindi una colpa.

Celeste si confronta da sempre con la sorella maggiore di sei anni, Ludovica, che l’ha segnata per la violenza con cui manifestava il proprio disagio: Celeste ricorda di venire picchiata, in assenza dei genitori, “minacciata di morte” e, in particolare, riporta che un pomeriggio, rimaste sole in casa, le “ha messo il cuscino in viso fino a quasi soffocarmi”.

La sorella presenta una diagnosi di Disturbo di Personalità Borderline.

L’anno precedente, all’inizio del percorso psicoterapeutico, Celeste ha, letteralmente, salvato la sorella da morte certa, per ingestione di farmaci: rincasata prima del previsto, ha trovato Ludovica con la bava alla bocca e delle boccette vuote sul tappeto. Nel riportare l’evento, la ragazza non mostra alcuna emozione e descrive nei dettagli i fatti accaduti, come se non riguardassero lei.

La ragazza si difende negando la propria emotività, proiettandola all’esterno in modo da renderla più controllabile.

Celeste chiama per nome il papà e la mamma, quasi a sottolineare quanto li senta lontani dal ruolo genitoriale che dovrebbero svolgere: in particolare denuncia la fragilità della madre, profondamente legata a lei da piccola ed attualmente tanto lontana da rifuggirla con disprezzo, non permettendole neanche di farle una carezza sul viso. Celeste si sente tradita profondamente dal materno, abbandonata e accusa la madre di esprimere un femminile segnato dall’impotenza e dalla remissività.

Celeste vive la propria natura di donna come una debolezza, come la possibilità di essere preda, come situazione di pericolo e si ritira dalla vita come atto di protezione verso sé stessa e verso la “Loba” che c’è in lei.

“Se non vai nei boschi, non accadrà nulla mai, e la tua vita non avrà mai inizio.” (Clarissa P. Estes)

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Ti racconto una storia

Un giorno, durante, una seduta, racconto a Celeste una storia, letta in un libro “magico” perché cangiante nei significanti a seconda del momento esistenziale vissuto dal lettore:

- “Non andare nel bosco, non uscire”, dissero. “E perché no? Perché non dovrei andare nel bosco, stasera?” domandò lei. “C’è un lupo grande grande che mangia creature come te. Non andare nel bosco, non andare. Diciamo sul serio”. Naturalmente, lei uscì. Se ne andò comunque nel bosco e, ovviamente, incontrò il lupo, proprio come le avevano detto. “Hai visto? Te l’avevamo detto”, osservarono, soddisfatti. “Questa è la mia vita, e non una favola, stupidi che non siete altro” disse lei “io devo andare nel bosco, devo incontrare il lupo, altrimenti la mia vita non avrà mai inizio”. Ma il lupo che incontrò aveva una zampa imprigionata in una trappola. “Aiutami, oh, aiutami! Ahi, Ahiiii!” urlava “Aiutami, oh aiutami! Ti darò la giusta ricompensa” (…) “Senti, lupo, correrò il rischio. Ecco qua!” e fece scattare la trappola, e il lupo tirò fuori la zampa e lei gliela fasciò con erbe e foglie. “Ah, grazie cara ragazza, grazie mille” sospirò il lupo. E siccome lei aveva letto troppi racconti del tipo sbagliato, si mise a gridare: “Avanti, ora uccidimi pure, e finiamola con questa faccenda”. E invece no, non andò affatto così. Il lupo le posò la zampa sul braccio. “Sono un lupo di un altro tempo e di un altro luogo” affermò. E, strappatosi dall’occhio un ciglio, glielo porse dicendo: “Usalo, e sii saggia. D’ora in poi saprai chi è buono e chi tanto buono non è. Guarda semplicemente con i miei occhi, e vedrai con chiarezza”. E così se ne tornò al villaggio, felice di aver salva la vita. E questa volta quando dissero: “Resta qui come mia sposa” oppure “Fa come ti dico” o “Di quel che ti dico di dire, e resta una pagina bianca come il giorno che sei venuta”, prendeva il ciglio del lupo attraverso quello che guardava e vedeva i loro moventi quali mai li aveva visti prima. E la prima volta che il macellaio pesò la carne, lei guardò attraverso il ciglio del lupo e vide che pesava anche il suo pollice. E guardò il suo corteggiatore che disse “Vado così bene per te” e vide che non andava bene per niente al mondo. E così, e in tanti altri modi ancora, fu salvata, non da tutte ma da molte sventure. Inoltre, con questa capacità nuova, non soltanto vide l’infido e il crudele, ma iniziò a crescere immensa di cuore, perché guardava ogni persona e la soppesava in modo nuovo attraverso il dono del lupo che aveva salvato (…)

Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio. Andate nel bosco, andate. Andate nel bosco, andate. - (Clarissa Pinkola Estes)

Celeste ascolta con sguardo severo e profondo il mio racconto e alla fine non trattiene le lacrime: “Io non piango mai … ho paura.” Afferma, smarrita.

Celeste deve andare nel bosco ed incontrare il Lupo, rendendosi conto che l’incontro con il Lupo è occasione di crescita, è attivazione di processi di conoscenza autentica e che il Lupo “non mangia in un sol boccone”, ma regala “ciglia” attraverso le quali avere una visione nitida della realtà esterna e soprattutto di quella interna.

“Rimane solo il Cielo”

Celeste, dal caldo rifugio della relazione terapeutica sceglie di affrontare il buio che dimora dentro di sé: spesso durante gli incontri arriva il pianto silenzioso e copioso come un fiume che ha rotto gli argini; altre volte le lacrime la sconvolgono in singhiozzi e brividi di autentico terrore.

“… oggi sono tornata da scuola e sono andata al parco, non c’era gente, mi sono seduta sulla panchina e ho sentito che pian piano il mondo svaniva… ho alzato il viso e ho guardato il cielo sopra di me e ho sentito che rimaneva solo il Cielo… sono rimasta lì per ore”.

Metaforicamente, mi siedo accanto a lei su quella panchina e attendo insieme a lei.

Solo quando la relazione sarà diventata consistente potremo muoverci da quella panchina.

E così facciamo: in un tempo successivo abbiamo riattraversato, l’una accanto all’altra, le strade del suo mondo interno, condividendo la distruzione trovata; abbiamo aperto stanze chiuse a doppio mandato e acceso la luce sull’orrore dei pomeriggi da bambina dove la sorella “giocava” con il suo corpicino, violandola fino al centro della sua intimità.

Abbiamo provato la rabbia come reazione all’impotenza e la tristezza densa della solitudine.

Abbiamo tenuto dapprima il dolore, lasciando che esista legittimamente e solo dopo tanto tempo sono arrivate le parole che, come “i personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, la stavano cercando per costruire la sua storia e ricucire il tessuto dell’anima squarciato dalla violenza dell’abuso.

E finalmente è stato possibile riconnettersi alla forza promotrice di un femminile, non più vissuto come distruttivo ed alienante, ma vitale e creativo.

La Loba ha ricominciato a correre libera e selvaggia dentro di lei e con lei.

Buon vento, Celeste!

Alcuni riferimenti bibliografici

  • Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Sperling & Kupfer, 2016
  • Donald W. Winnicott, Esplorazioni psicoanalitiche, Raffaello Cortina Editore
  • Recalcati, Le mani della madre, Feltrinelli Editore
  • Giuseppe Ungaretti, Allegria di Naufragi, Mondadori Editore

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