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L’invito di un’insegnante di diritto che stimo e la richiesta di un amico arrivano negli stessi giorni. Sono l’occasione giusta per rispolverare l’esperienza penale minorile, quella maturata per molti anni partecipando a processi contro adolescenti imputati di reati commessi tra i 14 e i 17 anni.

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All’ITI “Copernico-Carpeggiani” di Ferrara incontro tre classi seconde e trascorro un’ora con ciascuna. Hanno in comune il lavoro svolto con la docente su una delle storie proposte dal gioco di ruolo “Noi, parti offese. Solidarietà in scena”, quella in cui quattro minorenni tentano di rubare le biciclette dal garage di un compagno preso di mira da anni e, scoperti dal padre del ragazzo, feriscono gravemente il padrone di casa. Ancora, gli studenti stanno seguendo la serie televisiva “Marefuori” ambientata in un carcere minorile (al riguardo segnalo la recensione del magistrato Ennio Tomaselli comparsa su “Questione Giustizia”) e su una puntata in particolare hanno riflettuto a scuola con la stessa insegnante. La vedo anch’io per l’occasione, è l’episodio in cui a Gaetano viene proposto un progetto di messa alla prova.

Tre incontri, completamente diversi l’uno dall’altro e per me ugualmente significativi. Nel primo ho toccato con mano il fascino che il mondo della giustizia (e della pena) esercita in questa fascia di età insieme alla sete profonda di conoscere una via per raddrizzare lo storto, per suturare le ferite. Sono stata letteralmente sommersa dalle domande su quale aiuto viene offerto a chi è vittima di violenza e su quali percorsi sono possibili per chi la esercita, specialmente se minorenne.

Se una famiglia resta senza niente perché l’unico che lavorava è stato ferito o ucciso, l’autore del reato può aiutarla? E come si fa se non ha soldi per risarcire? Si può dare l’ergastolo a chi non ha ancora 18 anni? Ha mai perso il sonno per un processo penale? Giudicando degli adolescenti le è capitato di conoscere imputati irrecuperabili? Che cosa succede a chi commette un reato grave prima dei 14 anni, quando non può essere processato? Se non tutti i ragazzi denunciati sono in carcere, dove sono? Chi va in comunità, e perché? Come mai nelle comunità i ragazzi hanno le sigarette contate? Se chi va in carcere, dopo la condanna, commette altri reati più di chi non ci va, non si potrebbe cambiare il carcere? Se in galera si stesse troppo bene non si correrebbe il rischio di reati commessi con leggerezza, tanto poi non succede niente?

Potrei continuare a lungo… Ho fatto solo alcuni esempi dei quesiti portati dagli allievi dapprima in modo programmato e poi a cascata, ascoltandosi e traendo spunto l’uno dalle domande dell’altro. Ho in mente la vivacità degli sguardi, le mani alzate, la ragazzina straniera arrivata in Italia da poco che legge dal quaderno con estrema attenzione una frase davvero complessa ed è così veloce che è difficile per tutti noi starle dietro. Mi è rimasta la sincerità della loro presenza, che chiamava e nutriva la mia. Sono una classe poco ordinata, mi hanno detto, e a me è parso che più di corrispondere ai ruoli – domande programmate e ordinate, una a testa, con risposte possibilmente brevi per far tornare i conti – c’interessasse quel flusso di pensieri connessi e un po’ aggrovigliati.

L’incontro successivo ci ha portato più ancora dentro alla storia narrata dal gioco di ruolo e ha orientato il dibattito sul tema del bullismo. Forse in questo caso sono stata soprattutto io a domandare.

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Il figlio della vittima di rapina dice di essere vittima di bullismo; siete d’accordo? Che cosa intendete per bullismo? Come mai, secondo voi, non era riuscito a parlarne in famiglia? Chi avrebbe potuto aiutarlo? Che cosa significa per un ragazzo della vostra età essere forte? E per una ragazza? Un maschio che piange è debole o è forte? E una persona che chiede aiuto? Alla vostra età chiedere attenzione al gruppo è una cosa comune? Che connotazione ha? Quanto conta per voi il giudizio degli altri?

Nell’ultima ora ci siamo concentrati sulla messa alla prova minorile. Gli studenti ricordavano bene il lavoro da pizzaiolo di Gaetano, il personaggio di “Marefuori” ammesso alla prova e perciò liberato dall’Istituto Penale Minorile dove è recluso. Ho spiegato che la realtà che ho conosciuto è un po’ diversa da quella mostrata nella fiction e la prima differenza sta nel fatto che, nella vita vera, i ragazzi non vengono messi alla prova per designazione da parte del direttore del carcere. Piuttosto, sono coinvolti in colloqui e incontri con assistenti sociali, psicologi e educatori, percorsi impegnativi in cui è il primo protagonista fin dalla decisione se chiedere o no al giudizio la concessione di una messa alla prova. Chiedere, cioè, che il processo venga sospeso per avviare un progetto concordato, con una durata stabilita, nel quale dimostrare di avere compreso l’errore, provare a ripararlo, imboccare una via diversa nell’alveo della legalità.

A dire il vero tutto il procedimento penale minorile (D.P.R. 448/88) è pensato per non stigmatizzare i ragazzi, evitare loro la detenzione ogni volta che è possibile, non trattenerli nel circuito penale (obiettivo difficile, quest’ultimo, per il sovraccarico dei tribunali e le conseguenti lentezze) ma la messa alla prova è senz’altro l’istituto giuridico minorile più innamorevole, in equilibrio tra ritrovare il proprio equilibrio nel quotidiano, rimediare il danno commesso, rivisitare le motivazioni del reato e affrontare eventuali difficoltà o dipendenze pregresse, entrare in connessione con la propria vittima attraverso la giustizia riparativa.

Se il progetto va a buon fine, l’azione penale si ferma e l’accusa non comparirà sul certificato penale del giovane. In caso contrario (quando vengono commessi ulteriori reati durante il percorso di messa alla prova, oppure gravi trasgressioni) il processo che era stato sospeso riprende il suo corso.

Gli studenti quasi non ci credevano: quattro volte su cinque si arriva al lieto fine (dati del Ministero di Giustizia) e, tra quei ragazzi, è inferiore la recidiva negli anni successivi. Io non sono sorpresa, perché ho visto tante MAP nel loro svolgersi e perché vorrei credere che nessun adolescente sia davvero irrecuperabile. Magari refrattario alla relazione, sfuggente, ferito, alterato, in difficoltà nel controllare le proprie azioni e reazioni, questo sì. Ma da qui a dire “irrecuperabile”…


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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