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Si dice che l’adolescenza è il periodo di individuazione e separazione, in altre parole il momento in cui si forma la nostra identità.
Ma si riesce sempre a delineare chi siamo in una fase di transizione, bombardata di stimoli e novità?
Forse si tratta piuttosto di una fase liminare dove si sbanda nella grande nave della vita come in un mare in tempesta, in attesa di capire la rotta e dunque sperimentando quella che sembra la risposta più immediata a quel bisogno in quel momento.

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E forse è per questo che nascono i diversi gruppi che possiamo vedere nella nostra città… chi si deve far riconoscere tramite i vestiti, i capelli, i tatuaggi o i piercing, un linguaggio verbale e corporale che i ragazzi costruiscono per distinguersi dall’altro, ma allo stesso appartenere e dunque valere.

Si delinea un’appartenenza come condivisione del sentirsi o non sentirsi soli nel grande mare.

Ma poi cosa succede? Ci si adegua a quell’immagine che ci siamo costruiti e si va avanti plasmandoci di volta in volta alla nostra stessa maschera per tutta la vita, o si riesce a spezzare con parte del proprio passato, riconoscendo l’utilità di quella facciata in quel momento ma poi sapendo evolvere e costruirsi un nuovo Io?

Questo è quello che succede a Will nel nuovo film “Vijay il mio amico indiano”, quando all’alba dei suoi 40 mette in dubbio la sua vita e l’affetto delle persone che lo circondano e si chiede chi lui stesso sia. Per darsi delle risposte, approfitta di un incidente d’auto dove tutti lo credono morto e si reinventa una nuova identità. Nasce così Vijay.

Nella nuova identità riesce finalmente a essere se stesso e farsi valere come persona, uomo, amante, padre e marito. Essere in balia di se stesso sicuramente non gli è facile, lo costringe a porsi domande e a entrare in crisi con il se stesso di prima. Ma poi riesce a fare una scelta: continuare ad essere “il suo amico indiano” gli consente di esprimersi nella sua più vera e profonda identità e chi gli sta attorno non può che apprezzare meglio chi ha ora di fianco.

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Ma questo è anche quello che succede nel cartone “Koda fratello orso”. Dopo che Kenai rifiuta il totem dell’amore, che gli è stato affidato dalla sciamana del villaggio, perché non si riconosce e non ne capisce il significato, entra in una profonda lotta con se stesso, con le credenze spirituali del suo popolo e la famiglia d’origine e quella acquisita. La tradizione lo mette alla prova fino a fargli cambiare le sembianze, in quelle di un orso, per permettergli di maturare e formare la sua vera identità. Alla fine deciderà anche lui per la strada più difficile, rinuncia al suo fratello di sangue in favore di quello acquisito – un piccolo orso - e mantiene i lineamenti animali, una nuova identità che lo fa sentire più affine al suo nuovo vero Io.

Queste trasformazioni, che in modo così evidente sono possibili solo nella filmografia, in realtà, non sono così diverse da quello che succede dentro di noi ogni volta che compiamo una scelta. Quella di diventare qualcuno che non pensavamo, partire o restare, ma cambiando completamente il nostro cammino.

Non posso non pensare a quel paziente egiziano che dopo due anni in cui si sentiva allo sbando qui in Italia è tornato al suo paese, pensando di poter ritrovare solo lì il suo vero Io. Dopo quasi un anno è rientrato nella nostra città e mi dice: “là stavo bene, non ho più avuto crisi, ma poi mi sono fatto rimbambire il cervello da mio padre e sono tornato. Ma ora spero sarà diverso, ora ho capito cose diverse”. Quel mare che l’ha messo in pericolo dal punto di vista fisico e psichico la prima volta, ora sembra non avergli fatto più paura, sembra avergli dato una forza nuova e diversa.

Stupire e stupirsi permettendosi di compiere dei grossi cambiamenti è ciò che ci fa davvero crescere e capire il nostro posto nel mondo. Più si aprono gli occhi e si esplora il mondo al di fuori dei soliti confini più si possono avere ricchi indizi per le nostre nuove rotte. Si tratta di pulire le lenti e mettere a fuoco il cannocchiale che ci serve per orientarsi nel grande mare, senza paura.

 

L'autore.
Chiara Dragoni, laureata in Psicologia Clinica, è Psicoterapeuta transculturale.

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