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Negli scorsi anni sono stato incaricato da alcune Scuole Medie di un quartiere periferico di Milano, di effettuare la supervisione pedagogica agli Insegnanti, che lamentavano grandi difficoltà nel gestire la relazione con allievi e genitori. Da questa esperienza, affascinante e faticosa, sono nate alcune considerazioni sul funzionamento dei gruppi di lavoro nelle scuole e sulle funzioni pedagogiche degli insegnanti.

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Gli Insegnanti avvertono la grande responsabilità “formativa”, nell’accezione pedagogica del termine ancora prima che in quella didattica, di cui sono investiti e, per poter rispondere adeguatamente alle sollecitazioni delle classi più “difficili”, richiedono di poter acquisire nuovi e più efficaci strumenti di contenimento e di stimolo dei giovani allievi.

Gli Insegnanti si sentono soli. Sembra che sia venuta ormai del tutto meno quella “solidarietà intra-generazionale”, che permetteva fino a qualche anno fa agli Insegnanti di poter contare su un rinforzo dei propri messaggi educativi da parte dei genitori degli allievi: al contrario, gli interventi di richiamo alla collaborazione educativa delle famiglie, quando non cadono completamente nel vuoto, innescano una reazione di difesa aprioristica dei propri figli.

La difficile ma ostinata ricerca di una maggiore “alleanza” con le famiglie degli allievi è stata a lungo oggetto delle nostre supervisioni.

Questa frattura ha molte conseguenze critiche, tra le quali la perdita di efficacia di alcuni strumenti che “storicamente” permettevano all’insegnante di richiamare l’allievo ad un comportamento più adeguato, piuttosto che ad un maggiore impegno nella didattica o al rispetto delle persone e delle cose: la nota sul diario, ad esempio, piuttosto che la convocazione dei genitori a scuola, fondavano la loro efficacia sull’assunto che il giovane avrebbe dovuto confrontarsi con un rinforzo del messaggio ricevuto dagli insegnanti, e che avrebbe “scontato” a casa le conseguenze di un comportamento maleducato o irriverente.

 Non è più così. Sembra che la risposta a questa richiesta di collaborazione, sia sempre più spesso un acuirsi delle fratture interne al “fronte degli adulti”, tale da far pensare agli Insegnanti se non sia il caso di “tornare sui propri passi” e rinunciare a condividere con le famiglie il peso dell’intervento educativo dei loro figli.

Venendo meno la sponda della collaborazione con le famiglie, quali sono strumenti per veicolare agli allievi messaggi di contenimento educativo?

Venendo meno la sponda della collaborazione con le famiglie, quali sono strumenti per veicolare agli allievi messaggi di contenimento educativo?

Fino a qualche anno fa, ad esempio, la “sospensione” del giovane dalla frequenza scolastica, era considerato un provvedimento di grande efficacia: in effetti è un intervento che, sotto il profilo pedagogico, unisce il richiamo alle responsabilità familiari con un messaggio diretto al ragazzo, che suona come un ammonimento:” se non riesci a contenere le tue intemperanze, non puoi fare parte di questo gruppo-classe, perché il diritto dei tuoi compagni a ricevere istruzione è da tutelare almeno quanto il tuo a ricevere attenzione”.

La sospensione, insomma, da un lato colpisce l’allievo nel suo prezioso desiderio di appartenenza; dall’altro allude ad un possibile definitivo allontanamento dalla classe tramite la “bocciatura”, che è forse il più estremo dei provvedimenti.

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Bene: ma, è possibile oggi sospendere un allievo? Nell’arco della supervisione ho appreso che, rispetto ad un tempo , il provvedimento è più complesso da prendere, poiché soggetto al rispetto di alcune “garanzie” in favore del giovane.

Risultato? Spesso tra l’episodio che ha generato la scelta di “sospendere” l’allievo e la sospensione vera e propria passano settimane.

Il buon educatore ha di continuo occasione di verificare come, se passa un tempo eccessivo tra l’azione e il provvedimento, quest’ultimo non è solo inefficace, ma generalmente comporta un ulteriore deterioramento della relazione: un intervento troppo distante nel tempo rispetto alla trasgressione, anziché favorire una riflessione, rischia di generare un forte sentimento di “ingiustizia subita e di bisogno di risarcimento”.

Tra gli strumenti a disposizione degli Insegnanti, però, resta quello indubbiamente più efficace, ovvero la possibile “bocciatura”!

 Anche su questo, invece, sorgono difficoltà: innanzitutto - mi si obietta - questa minaccia non vale per gli allievi che hanno un rendimento scolastico sufficiente; un giovane, pertanto, potrebbe in un futuro prossimo avere un comportamento maleducato, incontenibile, offensivo, e non correre il rischio di dover ripetere l’anno. In ogni caso, se il criterio per la bocciatura è davvero così legato al rendimento, dovremmo aspettarci a fine anno classi decimate.

Ma è proprio vero che i giovani che terminano l’anno con varie insufficienze vengono respinti? Sembra di no.

Ma è proprio vero che i giovani che terminano l’anno con varie insufficienze vengono respinti? Sembra di no.

L'esperienza degli Insegnanti dice che, in classi nelle quali la metà degli allievi non ha raggiunto un livello minimo di preparazione, i respinti possono essere al massimo uno o due. E’ perciò da considerare fuori dal ventaglio degli strumenti educativi anche “la minaccia di bocciatura”, poiché sfugge agli allievi cosa devono fare (o non fare) per evitarla: se non al primo anno, certamente dopo aver osservato lo scarto tra quanto dichiarato dagli Insegnanti e il reale prodotto degli scrutini.

Ora, l’educatore gioca generalmente le proprie possibilità di successo su tre fattori:

1) la relazione, ovvero la propria autorevolezza di adulto, il carisma che riesce ad esercitare sugli “educandi”, la convinzione con la quale riesce a rendere suggestiva la propria proposta educativa o formativa, o la passione che riesce a trasmettere, e che, in ultima analisi, suona al giovane come un “tengo al tuo bene talmente tanto, che non mi farò scoraggiare da nessuna provocazione”;

2) la asimmetria, ovvero il fatto che all’educatore sono dati alcuni strumenti che può utilizzare per dare forza alla propria proposta educativa; è infatti utile che l’educando sappia che esiste una “posta in palio”, e che dai suoi sforzi per tenere fede agli impegni presi con gli adulti possono scaturire vantaggi o svantaggi molto concreti;

3) la coerenza e la coesione degli educatori: molti bambini sanno quanto sia facile ottenere privilegi o “sconti”, giocando sulla scarsa comunicazione o sulle differenti opinioni di mamma e papà; nella scuola, nel ruolo degli educatori si alternano addirittura una decina di adulti, e pertanto la possibilità di perdere efficacia educativa  a causa della mancanza di coesione è di gran lunga maggiore!

E’ importante che l’Insegnante non si ritrovi a dover interpretare il suo ruolo basandosi unicamente sul primo elemento: l’Insegnante è solo in una classe dove le dinamiche di gruppo danno talvolta l’immagine di un "branco" incontenibile; non tutti gli Insegnanti, indipendentemente dall’anzianità di servizio, hanno le caratteristiche educative per gestire la relazione in situazioni di estrema conflittualità, né è possibile sostituirli con “domatori di leoni”.

E’ pertanto necessario dare vita ad un percorso di riflessione che rincorra il risultato di dare agli Insegnanti qualche elemento in più nel novero degli altri due settori: da un lato quello dei provvedimenti, che forse necessitano di aggiornamento, ma devono comunque tornare ad avere una realistica applicabilità; dall’altro sotto il profilo del coordinamento tra Insegnanti: mi è parso, infatti, di grande importanza incoraggiare i Consigli di Classe a chiedere la possibilità di ritrovarsi più spesso con l’esplicita finalità di concordare una coerente “linea educativa” da tenere con il gruppo-classe: uno spazio nel quale far circolare le osservazioni, nel quale chi si sente in difficoltà possa chiedere aiuto ai colleghi, e si possa definire quali sono realmente i parametri di comportamento minimi che ciascun allievo deve garantire (parametri da fissare tenendo conto delle reali capacità di contenimento di tutti gli Insegnanti) e quali siano le reali (e tempestive!) conseguenze per coloro che non permettono lo svolgersi delle lezioni e pertanto la possibilità di garantire il rispetto di un diritto fondamentale.

Quando proviamo a chiedere a 5 diversi Insegnanti di una stessa classe - infatti - quali siano le regole di quell'aula, riceviamo puntualmente 5 risposte diverse, talvolta addirittura in contrasto tra loro. Altre volte c'è maggior coerenza nella esplicitazione delle regole, ma non nel farle applicare.

È davvero improbabile ottenere risultati soddisfacenti senza avere l’autorizzazione dei genitori dei nostri allievi

C'è un ultimo tema che ha fatto spesso irruzione nelle supervisioni: quello del rapporto con i genitori degli alunni.  Sembra necessaria una sorta di “rivoluzione culturale”, che ci spinga a vedere i genitori dei ragazzi, per quanto pieni di mancanze e talvolta molto assenti o arroganti, come nostri preziosissimi alleati! E’ davvero improbabile ottenere risultati soddisfacenti senza avere l’autorizzazione dei genitori dei nostri allievi: i ragazzi, che avvertono questa grande distanza tra la proposta (di convivenza, sociale, culturale,..) della scuola e quella della famiglia, nella migliore delle ipotesi scelgono di aderire a quella dei genitori; ancora più spesso questa frattura lascia i ragazzini sospesi nella confusione offerta loro da un mondo degli adulti così ambivalente.

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E’ necessario far riavvicinare i genitori alla scuola, perché diventino in parte “custodi” della proposta che la scuola sta facendo ai loro figli; sta a noi mettere in atto strategie di coinvolgimento e “seduzione”, che aiutino questi adulti a riavvicinarsi all’Istituzione scolastica: per fare questo è bene ricordare che la maggior parte dei genitori degli allievi di queste scuole di periferia hanno avuto a loro volta un rapporto di grande conflitto con la scuola, dalla quale hanno probabilmente raccolto esperienze di grande frustrazione. Anche oggi vengono chiamati soprattutto per rispondere delle mancanze dei loro figli, ed è pertanto per loro più facile identificarsi con i ragazzi (poiché hanno avuto le stesse esperienze) che non con gli Insegnanti (che, pur essendo – come loro – degli adulti, vengono ancora vissuti come antagonisti). E’ necessario richiamare questi genitori a rivestire nella scuola un ruolo diverso, magari portando delle esperienze che li hanno visti più vincenti (chi nello sport, chi nel lavoro,..), in modo che il contatto con la scuola diventi per loro progressivamente meno “minaccioso”, e possano sentire il desiderio di aprirsi ad una collaborazione.

Per fare questa difficile operazione è importante provare a vedere i genitori degli allievi, che pure in questi anni abbiamo visto troppo spesso disinteressarsi di ciò che accade a scuola ai loro figli, come persone che hanno a loro volta grandi difficoltà con le quali confrontarsi: in molte di queste famiglie, infatti, le continue urgenze di ordine non solo economico, spingono i genitori a non considerare sino in fondo alcune necessità dei loro figli. In particolare, queste preoccupazioni vengono spesso usate come pretesto per tenersi a distanza dal doloroso confronto con gli insuccessi dei loro figli.

Potrebbe essere una buona strategia quella di rendere meno imbarazzante il rapporto con la scuola, assegnando al Comitato dei genitori il compito di coinvolgere le famiglie di tutti gli allievi nella organizzazione di eventi che le avvicinino alla scuola, permettendo loro di presentarsi con un abito diverso da quello che associano da sempre all’Istituzione scolastica (prima come alunni e poi come genitori di alunni).

E’ anche a partire da queste considerazioni che ho chiesto al gruppo di Insegnanti di dare vita ad un ripensamento più ampio sui criteri educativi da adottare in futuro. Sulle colonne di Ubiminor vorrei rilanciare il dibattito a insegnanti, genitori, educatori...e studenti!

E’ indispensabile che i componenti di ciascun gruppo di insegnanti possano definire insieme alla Dirigenza da quali componenti è costituito il “magazzino” degli strumenti educativi a disposizione degli Insegnanti.

Da questo sforzo ci possiamo aspettare che emerga una maggiore coesione e coerenza nell’applicazione delle strategie di contenimento e stimolo educativo, e che gli Insegnanti – avendo definito tra di loro e con la Scuola quali sono le soglie di tolleranza minime e i reali strumenti di intervento – possano sentirsi meno soli nelle fatiche della quotidianità.

L'autore.
Pedagogista, esperto di tematiche educative nell’area penale minorile. Responsabile Servizi Territoriali, Formazione e Interventi con le Famiglie di Arimo.

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