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La disponibilità di dispositivi sociali in grado di accogliere e sostenere i giovani più vulnerabili è un fattore decisivo per favorire lo sviluppo personale di questi ragazzi e l’avvio verso l’autonomia e l’età adulta, supplendo alla mancanza di un contesto familiare positivo. I giovani si trovano però spesso immessi in un sistema che tende a non coinvolgerli in modo significativo nei processi decisionali che li riguardano.

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Una nuova ricerca indaga questo aspetto dei meccanismi del welfare.

Lo studio realizzato in Spagna e pubblicato dalla Children and Youth Services Review ha analizzato come preadolescenti e adolescenti inseriti nel sistema di welfare comprendono e valutano il concetto di partecipazione, confrontando queste loro prospettive con quelle dei professionisti che a vario titolo si occupano di loro.

Dall’indagine emerge che i giovani percepiscono la partecipazione principalmente come supporto, più che come strumento di effettiva condivisione delle decisioni, soprattutto in riferimento alle attività quotidiane.

I professionisti, invece, pur riconoscendo l’importanza della partecipazione dei ragazzi, evidenziano le difficoltà pratiche nel realizzarla, dovute in gran parte al carico di lavoro e alla complessità organizzativa.

Lo studio sottolinea quindi la necessità di conciliare la protezione dei minori con la loro partecipazione nei processi che li riguardano, evidenziandone i potenziali benefici nel percorso socio-educativo.

La Convenzione sui Diritti del Fanciullo sancisce, in particolare con l’Articolo 12, il diritto dei giovani a esprimere le proprie opinioni in tutte le decisioni che li riguardano, promuovendo una forma di cittadinanza attiva.

Tuttavia, la partecipazione dei minori rimane un concetto spesso ambiguo e subordinato a quella degli adulti, mentre la letteratura evidenzia la sua natura complessa e multidimensionale, sia come diritto che come processo socio-educativo.

La partecipazione va intesa non solo come esercizio legale, ma anche come pratica democratica e di costruzione di cittadinanza, nella quale gli adolescenti possono sentirsi coinvolti attivamente nelle comunità in cui vivono.

Nel contesto del welfare, i giovani rimangono spesso invisibili, non ascoltati, e questo aumenta la loro vulnerabilità. La partecipazione, oltre a costituire un diritto, rappresenta un’opportunità di promozione sociale e di crescita personale, contribuendo anche alla prevenzione degli abusi e al rafforzamento dei legami familiari, sottolineano gli autori dello studio.

Tuttavia, la pratica della partecipazione incontra ostacoli, legati sia al paternalismo degli adulti sia alla mancanza di strategie concrete per includere i minori nei processi decisionali. La letteratura internazionale mostra come, nonostante le difficoltà, i giovani siano disponibili a partecipare alle decisioni che li riguardano, dall’organizzazione delle attività scolastiche e ricreative fino a questioni più complesse relative alla loro residenza o ai rapporti con i familiari.

Lo studio, realizzato in Catalogna, Spagna, ha coinvolto 71 partecipanti tra adolescenti e professionisti di centri socio-educativi e servizi di protezione.

I dati sono stati raccolti attraverso interviste e focus group, con l’obiettivo di comprendere la percezione della partecipazione da parte dei minori, le loro esperienze nei diversi momenti del processo di intervento e le proposte di miglioramento sia da parte dei giovani che dei professionisti.

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I risultati mostrano come i giovani tendano a considerare la partecipazione come un’opportunità di essere ascoltati e supportati, senza percepirla come uno strumento che possa influenzare realmente le decisioni che li riguardano.

Durante le diverse fasi del processo di intervento, dall’ingresso al servizio fino alla permanenza e all’uscita, le esperienze di partecipazione risultano limitate e in molti casi circoscritte alla possibilità di scegliere tra opzioni predefinite. Anche in questi contesti, il ruolo del professionista di riferimento e la qualità del rapporto instaurato sono fondamentali per favorire momenti di ascolto e di espressione.

I professionisti, pur riconoscendo la partecipazione come principio essenziale, segnalano difficoltà nel tradurla in azioni concrete, soprattutto quando le esigenze di protezione sembrano prevalere.

La partecipazione, in molti casi, viene percepita come un onere aggiuntivo piuttosto che come una risorsa, limitando la possibilità di includere i minori nei processi decisionali in modo strutturato e sistematico.

L’analisi dei dati suggerisce che il legame tra ragazzo e professionista è un elemento centrale per rendere possibile la partecipazione, e che le esperienze educative dovrebbero essere organizzate in modo da bilanciare protezione e autonomia, evitando che la tutela si trasformi in controllo.

In conclusione, i risultati della ricerca evidenziano la necessità di implementare processi partecipativi più coerenti e strutturati, in grado di permettere agli adolescenti di prendere parte attiva alle decisioni che li riguardano.

La sfida principale resta quella di conciliare protezione e partecipazione, superando un approccio esclusivamente protettivo e assistenziale e valorizzando i benefici che la partecipazione può apportare ai percorsi socio-educativi.

Garantire l’ascolto e la reale inclusione dei minori nelle decisioni non solo rispetta i loro diritti, ma favorisce anche il loro benessere complessivo, offrendo opportunità di crescita personale e collettiva.


Riferimento bibliografico

Aziz Matrouch, Carme Montserrat, Nuria Fuentes-Peláez,
What do children and young people in the social services understand by participation?
Similarities and differences with the vision of professionals
.
Children and Youth Services Review (2025).

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