Nel nostro come in molti altri Paesi viene sollevata la questione di vietare i social ai più giovani. Al di là del dibattito teorico una recente indagine ha cercato di stabilire, a partire da un caso reale, se una misura del genere sia efficace o meno.

Nel dicembre 2025 l’Australia stabilito di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. Una decisione drastica, nata da una crescente preoccupazione pubblica per la salute mentale degli adolescenti, ma anche da una percezione diffusa che le piattaforme digitali abbiano ormai superato una soglia critica nella loro capacità di influenzare comportamenti, emozioni e relazioni.
Uno studio di recente pubblicazione invita però a spostare lo sguardo oltre il dibattito ideologico – tra favorevoli e contrari – per concentrarsi su una domanda più concreta e, in fondo, più difficile: come possiamo valutare davvero se una politica del genere funziona?
L’idea di fondo dei ricercatori è che non basta introdurre un divieto per risolvere un problema tanto complesso. Serve capire cosa cambia realmente nella vita dei giovani, quali effetti emergono nel tempo e quali conseguenze inattese possono manifestarsi. Una politica pubblica, affermano gli studiosi, soprattutto quando riguarda milioni di persone, non è mai un punto di arrivo, ma l’inizio di un processo di osservazione, correzione e adattamento.
Tra allarme sociale e incertezza scientifica
Negli ultimi anni, diversi indicatori hanno segnalato un peggioramento della salute mentale tra gli adolescenti, con un aumento significativo di ansia, depressione e disagio psicologico. Questo fenomeno, accelerato durante la pandemia, ha alimentato il sospetto che i social media possano giocare un ruolo importante. Le piattaforme sono diventate pervasive, sempre più integrate nella quotidianità, e ospitano contenuti che possono essere problematici: dalla promozione di modelli irrealistici fino alla diffusione di materiali legati all’autolesionismo.
Eppure, la relazione tra uso dei social e malessere psicologico resta complessa e non del tutto chiarita. Non esiste una prova definitiva che dimostri un nesso causale diretto e universale, ma esistono meccanismi innegabili: il confronto sociale continuo, la perdita di sonno dovuta all’uso notturno, l’esposizione a contenuti progettati per catturare l’attenzione più che per favorire il benessere.
A questo si aggiunge un cambiamento profondo dell’ecosistema digitale. I social non sono più semplici spazi di interazione tra persone, ma ambienti governati da algoritmi sofisticati e, sempre più spesso, da contenuti generati automaticamente. La distinzione tra ciò che è autentico e ciò che è costruito artificialmente si fa sempre più labile, creando nuove difficoltà soprattutto per i più giovani, meno attrezzati a orientarsi in questo contesto.
I limiti di un approccio basato solo sul divieto
L’introduzione di un limite d’età sembra, affermano gli studiosi, a prima vista, una soluzione logica: se qualcosa è potenzialmente dannoso, impedirne l’accesso ai più vulnerabili dovrebbe ridurre i rischi. Tuttavia, l’esperienza di altri paesi suggerisce cautela.
In Cina e Corea del Sud, per esempio, sono state adottate restrizioni simili nel settore dei videogiochi. I risultati mostrano un quadro ambivalente: da un lato si sono osservate riduzioni nell’uso medio, dall’altro molti giovani hanno aggirato facilmente i divieti, utilizzando VPN, account di adulti o altre strategie tecniche.
Questo porta a una considerazione cruciale: una politica può essere parzialmente efficace anche senza essere pienamente rispettata, ma rischia di fallire proprio con chi ne avrebbe più bisogno, cioè gli utenti che ne fanno un uso più intensivo. Inoltre, le aziende coinvolte tendono a adattarsi alle nuove regole, talvolta cercando di aggirarle o indebolirle attraverso pressioni politiche e strategie di mercato.
Un’altra criticità riguarda i diritti. Limitare l’accesso ai social significa anche limitare l’accesso all’informazione, alla partecipazione e alla costruzione dell’identità. Per alcuni gruppi – come i giovani emarginati o appartenenti a minoranze – i social rappresentano uno spazio fondamentale di supporto e riconoscimento. Proteggere i minori dal rischio non deve trasformarsi in una restrizione eccessiva delle loro opportunità.
Misurare l’efficacia: una sfida metodologica
Se il divieto è già in vigore, la questione diventa capire come valutarlo, considerano i ricercatori. E qui emergono difficoltà notevoli. La salute mentale, per esempio, è influenzata da molti fattori: condizioni economiche, ambiente familiare, scuola, relazioni sociali. Isolare un effetto specifico della misura richiede strumenti sofisticati.
Lo studio propone un approccio articolato, basato su osservazioni nel tempo e confronti con altri paesi simili. L’idea è quella di utilizzare dati già esistenti – come studi longitudinali sugli adolescenti – e confrontarli con contesti in cui il divieto non è stato introdotto. In questo modo, considerano gli autori dello studio, si può costruire una sorta di “scenario alternativo” per capire cosa sarebbe successo senza la misura.
Particolarmente importanti sono gli indicatori a breve termine: tempo trascorso sui social, modalità d’uso, tentativi di aggirare le regole, stati emotivi quotidiani. Questi segnali immediati possono offrire indizi preziosi prima ancora che emergano effetti più profondi e duraturi.
Ma la valutazione non deve fermarsi alla salute mentale, affermano gli studiosi. Occorre osservare anche altri ambiti: la qualità del sonno, il rendimento scolastico, la capacità di concentrazione, la partecipazione ad attività sociali offline. Se il divieto funziona, ci si aspetta miglioramenti anche in queste dimensioni. Se non funziona, potrebbero emergere effetti nulli o addirittura negativi.

Effetti indiretti e conseguenze inattese
Lo studio valuta quelli che vengono definiti “effetti di secondo e terzo ordine”. Ridurre l’uso dei social potrebbe, per esempio, migliorare il sonno, e questo a sua volta potrebbe avere un impatto positivo sull’attenzione e sulle prestazioni scolastiche. Ma potrebbero verificarsi anche effetti opposti: spostamento verso altre attività digitali, migrazione verso piattaforme meno regolamentate, aumento di comportamenti rischiosi online.
Ogni intervento su sistemi complessi produce inevitabilmente conseguenze inattese, spiegano gli studiosi. Ignorarle significa perdere una parte essenziale del quadro.
Tra i rischi segnalati vi sono anche quelli legati alla privacy. I sistemi di verifica dell’età richiedono la raccolta di dati sensibili e potrebbero contribuire a normalizzare forme di sorveglianza digitale. Inoltre, l’uso di strumenti per aggirare i divieti, come le VPN, può esporre i giovani a ulteriori rischi e vulnerabilità.
Il nodo strutturale: il design delle piattaforme
Una delle conclusioni dei ricercatori è la critica all’idea che basti limitare l’accesso per risolvere il problema. Le piattaforme social sono progettate per massimizzare il coinvolgimento degli utenti, non il loro benessere. Questo significa che, anche se i minori venissero esclusi, le dinamiche che generano i rischi resterebbero intatte.
Per questo motivo gli autori propongono di affiancare al divieto una serie di interventi strutturali: maggiore trasparenza sugli algoritmi, limitazioni alla profilazione degli utenti, responsabilità legale per i danni causati dalle piattaforme. Si tratta di un cambio di paradigma: dalla regolazione dell’accesso alla regolazione del sistema.
Un esempio concreto riguarda i feed algoritmici. Questi sistemi, progettati per mantenere l’attenzione, potrebbero essere sostituiti o affiancati da modalità più semplici, come i feed cronologici, che riducono la spinta all’uso compulsivo. Allo stesso modo, limitare la pubblicità personalizzata per i giovani potrebbe ridurre uno dei principali incentivi economici alla massimizzazione dell’engagement.
Verso una politica adattiva
Alla luce di tutte queste considerazioni, emerge una visione della politica pubblica molto diversa da quella tradizionale. Non si tratta di introdurre una misura e valutarla una volta per tutte, ma di costruire un sistema di monitoraggio continuo, capace di adattarsi ai risultati e ai cambiamenti del contesto.
La vera sfida non è decidere se il divieto sia giusto o sbagliato, ma creare le condizioni per imparare dai suoi effetti. Questo richiede indipendenza della ricerca, sottolineano i ricercatori, trasparenza dei dati e collaborazione internazionale. Senza questi elementi, il rischio è che la politica si trasformi in un gesto simbolico, più che in uno strumento efficace.
In definitiva, il caso australiano rappresenta un esperimento su larga scala, destinato a influenzare il dibattito globale. Potrebbe aprire la strada a nuove forme di regolazione digitale, ma solo se accompagnato da un serio impegno nella valutazione e nel miglioramento continuo.
Se il divieto sarà davvero utile o semplicemente sposterà i problemi altrove dipenderà non tanto dalla sua esistenza, quanto da ciò che sapremo fare dopo, affermano gli autori.
"Monitorare il successo del divieto è fondamentale, perché altri Paesi stanno valutando l'introduzione di una legislazione simile. Un'attenta valutazione ci aiuterà a capire cosa funziona, cosa non funziona e come ridurre i potenziali danni attraverso ulteriori strategie basate su dati concreti” dichiarano i ricercatori, commentando i risultati del loro lavoro.
Avvertono inoltre che il divieto potrebbe creare nuove difficoltà per le organizzazioni che utilizzano i social media per raggiungere i giovani, tra cui i servizi di salute mentale e gli studi di ricerca.
"I social media sono diventati uno dei principali strumenti attraverso cui ricercatori e servizi di supporto entrano in contatto con gli adolescenti", affermano. “I cambiamenti nell'accesso ai social media implicano la necessità di nuovi modi per raggiungere i giovani e garantire che le loro voci continuino a essere ascoltate”.
Si può creare l'opportunità di sviluppare nuovi sistemi per coinvolgere gli adolescenti nella ricerca, come ad esempio un registro nazionale di ricerca per i giovani. "Gli adolescenti sono spesso sottorappresentati nella ricerca, eppure le politiche che vengono elaborate li riguardano direttamente".
"Questo potrebbe essere il momento giusto per sviluppare metodi migliori per coinvolgere gli adolescenti e garantire che le loro prospettive influenzino le politiche e i servizi futuri".






