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I genitori in questo periodo di distanziamento sociale e di sospensione della normalità delle relazioni interpersonali, si trovano a svolgere ruoli aggiuntivi, di insegnanti e un po’ anche di terapisti, di fronte alle possibili manifestazioni di disagio dei figli.

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In genere i ragazzi tendono a non far propri i consigli e la “saggezza” che gli adulti, in particolare i genitori, tendono a riversare su di loro. Spesso non li contrastano apertamente ma nemmeno li ascoltano.

La maggior parte delle persone si irrita quando qualcun altro crede di saperne più di loro e cerca di risolvere i problemi al loro posto. Questo è doppiamente vero per gli adolescenti, la cui vita è tesa a raggiungere indipendenza e capacità autonome di fronteggiamento della realtà.

Le attuali restrizioni di movimento e di relazione stanno minando tale desiderio di indipendenza, mettendo potenzialmente le relazioni familiari all’interno di una pentola a pressione.

I genitori, tuttavia, possono usare semplici strategie “terapeutiche” per disinnescare la tensione.

I buoni terapisti dovrebbero supportare l'obiettivo dell'indipendenza. Farebbe certo loro piacere essere considerati “saggi” ma in realtà cercano che i loro pazienti non facciano troppo affidamento sulla loro guida. L’intento è infatti quello che lascino la terapia più sicuri dei loro percorsi rispetto a prima di iniziarla.

Per fare questo, alcuni di loro utilizzano una tecnica terapeutica chiamata “colloquio motivazionale”, una pratica sostenuta dalla ricerca che prevede di porre le domande giuste e ascoltare con attenzione le risposte, per motivare le persone ad affrontare cambiamenti sani.

Tale tecnica si basa sul presupposto che il modo migliore per influenzare il comportamento di un'altra persona è importante rispettare la sua autonomia, riconoscere i suoi valori e creare quello spazio che consente di esplorare le zone di ambivalenza.

Con i ragazzi, un obiettivo primario è di aiutarli ad abbandonare comportamenti dannosi o a rischio, scegliendo di adottare perseguire comportamenti più costruttivi, senza però dire loro direttamente cosa devono fare

I genitori possono derivare questa tecnica con i loro ragazzi per aiutarli ad affrontare preoccupazioni, difficoltà e ad evitare comportamenti dannosi, come l’abuso di sostanze.

Per fare un esempio piuttosto comune nella situazione odierna, di fronte a un ragazzo che si rifiuti di fare i compiti di matematica, piuttosto che imporre “sanzioni” come la confisca dello smartphone o, peggio ancora, urlare, azioni che di solito non portano a risultati positivi, sarebbe meglio riformulare la questione utilizzando la tecnica motivazionale.

 “Ti ho sentito dire che i compiti sono noiosi e inutili. Cosa trovi particolarmente noioso al riguardo?”.

In questo modo si può aprire in modo non conflittuale un confronto. Quindi, un po’ alla volta, si possono stabilire connessioni tra il completamento dei compiti e il sogno del ragazzo di frequentare, ad esempio, una scuola di veterinaria o anche una preparazione all’insegnamento delle discipline sportive, perché in ogni ambito in qualche modo è fondamentale la padronanza della matematica.

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La chiave, per questa impostazione terapeutica, consiste nello riuscire a connettersi con la motivazione e con i valori di un giovane, non di imporre i propri.

Il rischio per un genitore di utilizzare la tecnica motivazionale nella normale comunicazione familiare, potrebbe risiedere nel fatto che gli adolescenti sanno quando gli adulti non sono autentici. Potrebbe risultare strano agli occhi di un ragazzo che un genitore faccia finta di non avere opinioni su una certa questione. Tuttavia, questa tecnica offre strumenti e strategie che chiunque può provare e che, facilmente, possono essere d’aiuto nel rapporto con adolescente.

Prima di perdere la calma, per continuare con gli esempi, si possono avanzare semplici osservazioni, in modo diretto e attenendosi ai fatti. "Oggi hai passato molto tempo a guardare il cellulare". Si può procedere chiedendo al ragazzo cosa ne pensi, se non sia d’accordo, lasciando trapelare, anche se può sembrare un po’ ridicolo, una leggera curiosità.

Esclamare qualcosa come: "Ma è accettabile, questo?" non sarebbe davvero una domanda. Occorre provare un approccio più aperto, come: "In che modo il cellulare ti coinvolge tanto?”.

Poi, occorre disporsi all’ascolto, senza dire altro, senza cercare di riempire la conversazione saltando subito al fatto che questo comportamento ci sta facendo impazzire o offrendo i propri suggerimenti, non richiesti, per modificare quel comportamento. Si deve aspettare che il ragazzo risponda alla domanda, ascoltando quello che dice e ripetendolo.

In questo modo si mostra di essere capaci di ascoltare senza affrettarsi a esercitare un controllo.

Il ragazzo potrebbe rispondere qualcosa del tipo: "Non vedo i miei amici da settimane e ai miei insegnanti non importa nemmeno poi tanto se studio, e anche tu sei al telefono tutto il giorno, quindi perché mi stai giudicando?".

Un’uscita del genere, un po’ vittimistica, potrebbe irritare, ma è bene notare come un figlio in questo modo stia confidando una serie di emozioni “difficili”: solitudine, noia, il sentirsi giudicato.

Piuttosto che commentare il suo atteggiamento svogliato, meglio rispondere in modo empatico, riconoscendo che è certamente comprensibile sentirsi stressati e tristi per il fatto di essere lontani dagli amici e dalla normale routine. Chiedere informazioni sui vantaggi e gli svantaggi di trascorrere ore ogni giorno sui social media o sulle piattaforme di streaming. Ascoltare e valorizzare, riprendendolo, qualsiasi appiglio o motivazione implicita a impegnarsi in altre attività, come leggere libri, dare una mano in cucina o fare esercizio fisico, motivazione che potrebbe essere molto diversa da quella di un adulto a svolgere tali attività.

Ad esempio, i suoi amici o i suoi compagni di classe potrebbero essere colpiti dal talento espresso da una foto di una creazione artistica o da un piano di allenamento pubblicato sui social media. La prospettiva di un “gradimento online” potrebbe essere la chiave per impegnarsi in un’attività reale altrimenti non praticata.

Quando i bambini imparano a allacciarsi le scarpe, i genitori li guardano con un po’ di sofferenza mentre mettono una scarpa sul piede sbagliato e armeggiano con i lacci, ma sanno che devono lasciare che esercitino quell'abilità per arrivare a padroneggiarla.

Un genitore dovrebbe saper evocare quella stessa pazienza per resistere all’impulso di offrire un consiglio a un adolescente su come passare queste interminabili ore a casa. Meglio incoraggiare i giovani a fare brainstorming sulle possibili alternative e chiedere, eventualmente, se vogliono una mano a escogitarle (facile che non lo facciano).

Si può poi cambiare argomento. Un genitore in fondo non è un terapeuta. La ricerca mostra che le relazioni sane richiedono una buona dose di interazioni positive e leggere da unire a quelle più difficili.

Si può passare ai progetti e ai desideri per quello che si intende fare quando l’emergenza sarà superata o magari ridere di qualcosa che si osserva o sente durante le lezioni online, godendosi questi piccoli momenti di complicità. Può essere bello, in questo momento, lasciar perdere quello che si vorrebbe che i ragazzi fossero, per apprezzarli al presente - esattamente come sono.

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