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Sbadigliamo all’unisono. Fiaccati dalla fame e da differenti, ma ugualmente estenuanti, fatiche. Per lui ore di scuola: dunque regole da rispettare, un mondo da imparare, amicizie nelle quali impegnarsi e mettersi in discussione, giochi da inventare, ed in aggiunta, l’allenamento a pallacanestro: il difficile equilibrio tra la voglia di primeggiare e il gioco di squadra, il rapporto tra io e noi, la responsabilità e le emozioni condivise.

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Io invece banalmente stremata da una decina di ore di lavoro consecutive.

Poggio la mia testa adulta sulla sua spalla in fieri ma già perfetta e chiedo a voce alta un pò di pace: «ho sentito solo storie brutte oggi Tedy, me ne racconti una bella?».

Inverto lo schema del normale rapporto zia/nipote nella convinzione che la nostra relazione sia così speciale che tutte le convenzioni possano essere saltate a pie’ pari.

Lui, paziente e veloce, non fa una piega: «ti racconto non una favola, ma una cosa bella che mi è successa: ho preso nove in religione!» E mi elenca con ineccepibile ordine i sacramenti.

Arrivato al termine, la sacra unzione degli infermi diventa, complice la stanchezza, l’unzione degli inferni, ma, per il resto, una lezione impeccabile.

Appena giunti a casa mi chiede se posso finalmente riposare o, meglio ancora, giocare con lui, o se devo lavorare anche la sera.

L’ingenuità e il dubbio durano un attimo: scorge la solita montagna di carte tracimare dalla mia borsa affatto femminile e mi chiede, senza neppure aspettare la risposta alla domanda precedente: «ma perchè lavori cosi tanto?»

Lui sa, perchè un mio giovanissimo cliente, un pomeriggio di alcuni anni fa glielo ha spiegato, che “la zia difende le persone”, quindi la sua successiva domanda inevitabilmente è: «perchè tante persone devono essere difese?».

«Perchè ci sono tante guerre e brutte cose nel mondo e le persone, anche i bimbi, sono costretti a scappare dal loro paese e venire qui da noi che siamo in pace» è la mia semplicistica spiegazione.

«E perchè hanno bisogno di un avvocato, non fanno mica niente di male?» Incalza il nipote.

«No, in effetti assolutamente no, non fanno nulla di male, ma per restare hanno bisogno di autorizzazioni, pezzi di carta che si chiamano permessi di soggiorno».

«Ti aiuto a farli, zia, cosi finisci prima».

Mi viene da ridere e penso all’espressione terrorizzata che potrebbe fare mio fratello (il rigore fatto uomo) all’idea che io faccia, della sua preziosa creatura, un piccolo falsario.

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Racconto al mio degno nipote che in effetti, alcuni anni fa (sembra un secolo!), una specie di prete (non mi avventuro a spiegargli chi sono i padri comboniani per mia pigrizia ed impreparazione e non certamente per sua incapacità a comprendere), proprio per gli stranieri che non avevano l’autorizzazione a restare, aveva inventato e fabbricato dei permessi identici per colore, forma e grana della carta, agli originali rilasciati dalla questura.

«Solo che in quelli della polizia c’era scritto Ministero dell’interno, in quelli del prete invece la più conciliante intestazione: in nome di Dio. Perchè per Dio la terra è di tutti e non ha confini».

Mi chiede carta e matita. Si apparta per cinque minuti. Riappare con la fierezza dipinta in viso e mi mostra il più bel documento che abbia mai visto: la scritta PERMESSO campeggia enorme e ben ricalcata.

Occupa la metà sinistra del foglio diviso in due parti da una netta linea verticale. A destra con precisione linguistica e in bella grafia è sancito “in nome di Tedy e della zia Ale, ti dichiaro che puoi accedere a tutto quello che vuoi. E anche da parte di Brichete” (nome col quale il pargolo geniale chiama il cane del nonno). Segue per maggiore chiarezza il disegno del suddetto cane elargitore di permessi.

Resto estasiata da tale opera d’arte. E non è solo orgoglio di zia (giuro!) è un giudizio quasi imparziale di fronte ad una soprendente creazione di ingegno.

Mio nipote, novenne, ha, in pochi secondi, capito il problema, anzi i problemi (i profughi hanno bisogno di permessi per non essere irregolari, la zia ha bisogno di riposare) e ha trovato una soluzione umanitaria per entrambi.

Vado a dormire leggendo il testo sconfortante dell’ignobile accordo Italia/Libia (che costringerà alla tortura migliaia di persone) e il nuovo repressivo piano sull’immigrazione, chiudo gli occhi e sogno che possa essere immediatamente nominato Ministro dell’Interno il mio saggio nipote.



articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione