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I giudici dovrebbero sapere. Di più, dovrebbero vederli. Dovrebbero assistere a quel pianto silenzioso, quel mormorio di labbra, quel grazie ripetuto increduli, dovrebbero, magari nascosti dietro una tenda, per non inibirli, ammirare quell’incontenibile esplosione di gioia che si tramuta, talvolta, in un improvvisato balletto.

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Dovrebbero osservarli mentre, quasi, si inginocchiano e danno sfogo ad un pianto liberatorio, troppo a lungo trattenuto, per fare sgorgare via, come d’incanto, le ingiustizie e le fatiche di una vita.

Dovrebbero esserci quando, fieri e soddisfatti, comunichiamo ai nostri assistiti l’unica notizia che vorrebbero sentire: “abbiamo vinto” (perché, quando si vince, si vince sempre insieme, è quando si perde che si resta soli).

“Abbiamo vinto” e mentre pronunci questa frase ne percepisci tutta l’assurdità. Non era una lotteria, una corsa di cavalli o una partita a poker, non era un campionato di calcio né una partita di tennis o una qualsiasi gara sportiva quella che li ha visti vittoriosi.

Piuttosto una sorta di battaglia, combattuta disarmati in un’aula di tribunale. Abbiamo vinto: nessuna medaglia, coppa, somma di denaro ma in premio solo alcuni fogli di carta, in forma di ordinanza o sentenza, che ristabiliscono diritti. Niente di più prezioso.

Dovrebbero vederli mentre tengono tra le mani quelle carte con la delicata sacralità con la quale si sfoglierebbero pergamene antiche o i grani di un rosario, quando le scorrono con gli occhi e le dita, spesso non comprendendo neppure il senso di tutte le parole a volte così tecniche da risultare inafferrabili per i non addetti ai lavori, e ansiosi arrivano alla fine e rivedono scritto il loro nome, spesso in caratteri maiuscoli -e la postura, allora, già cambia, diventa più eretta e fiera- fino ad arrivare a quella parola, dolcissima e risolutiva: “accoglie”, quella che volevano sentire da tutta una vita.

Quando il diritto ti accoglie, hai veramente “vinto” e puoi finalmente piangere, saltare, ballare, inginocchiarti, ridere, come ogni vincitore che si rispetti.

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Dovrebbero vederli. E a volte volte capita: nei processi penali o quando viene data lettura della sentenza direttamente in aula ma, nel mio settore, non succede quasi mai.

E dunque resto io, immeritatamente, la sola ambasciatrice delle buone come delle cattive novelle ed in entrambi i casi mi sembra un po' ingiusto.

La gioiosa gratitudine di chi vede riparato un torto, risarcito un danno, respinto il pericolo di una violazione, ripristinato il diritto, concessa una protezione o una tutela, andrebbe condivisa con chi è stato l'artefice finale di questa vittoria, con chi ha scritto "accoglie" su quel prezioso pezzo di carta.

Assistere a questa felicità commossa, simile più a quella che accompagna una guarigione che a quella che caratterizza una vincita, può, per contrario, fare intuire la disperazione che pervade chi non ha altrettanta buona sorte.

Se aveste visto Maria, l'altro giorno, quando le abbiamo comunicato che un giudice ha ristabilito il suo diritto a vivere regolarmente in Italia, anche se si è separata da quel marito italiano e violento, se aveste assistito al miracolo del suo sorriso in un volto che ne sembrava incapace, ne sareste rimasti, come me, in qualche modo incantati e sconvolti.

Come quando si assiste alla commovente perfezione di un tramonto e vorresti qualcuno al tuo fianco per dirgli "guarda" , lo stesso capita mentre ammiri festeggiare i vittoriosi di giustizia e vorresti accanto chi ha ridato loro fiducia e dignità per dirgli "guarda".

I miei clienti africani molto spesso vogliono sapere il nome di battesimo del loro giudice e quando, sospettosa, chiedo perché mi rispondono "per pregare affinché la loro anima possa decidere bene". E a volte le preghiere vengono accolte.


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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