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Avevamo già parlato, scritto e persino, grazie all’amico Pietro Barabino, mandato in onda, la storia esemplare e faticosa del “piccolo grande Ahmed”, come lo chiamano i suoi genitori italiani.

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Ahmed è rimasto piccolo a causa di una feroce malattia ma combatte con rara “grandezza” ad ogni respiro, strappa caparbiamente, supportato da tubi e mascherine, aria alla vita, con coraggiosa ostinazione.

Respira Ahmed, contro ogni pronostico e contro la sua cattiva stella che lo aveva fatto nascere in Yemen e pure malato.

Malatissimo.

Arriva in Italia che ha solo 17 mesi. Un fagottino malconcio in una scatola da scarpe affidato a dei dottori italiani dai suoi genitori biologici.

Nell’ospedale gli viene diagnosticata la Sindrome di George, un’aberrazione cromosomica che comporta, tra gli altri sintomi, ritardo dello sviluppo, anomalie cardiache e dimorfismi.

Le cure sono lunghe, complicate, invasive e letteralmente interminabili.

Nell’ospedale lavorano due persone straordinarie, Luciano e Adriana che accolgono immediatamente quel bimbo sofferente come fosse il loro, senza tentennamenti e senza mai più sosta. Lo curano e lo accudiscono, imparano a conoscersi e a comunicare.

Ahmed cresce, respira vita e affetto. Tutto a modo suo.

Senza parole, con i fiati strappati e gesti sempre più familiari. La coppia, dopo aver ottenuto l’affidamento di Ahmed adotta, seppure a distanza, anche la sua famiglia alla quale manda costantemente notizie del figlio “comune” e aiuti economici.

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Il piccolo grande Ahmed nonostante il ritardo psicomotorio, gli episodi ricorrenti di insufficienza respiratoria acuta e la sua cardiopatia congenita supera gli esami di terza media beffando ancora una volta il destino e la malattia (ed anche un’inflessibile insegnante di francese) e diventa maggiorenne.

Conquista pure un permesso di soggiorno di lunga durata ma non riesce ancora ad ottenere la cittadinanza italiana che gli permetterebbe di avere maggiore stabilità e tutele.

Eppure la richiesta di cittadinanza “per meriti speciali” inoltrata un anno fa, è stata sostenuta anche dall’assessore e dagli assistenti sociali che hanno chiesto di “valutare la possibilità di concedere la cittadinanza italiana ad Ahmed e di attribuire un’onorificenza alla coppia affidataria, in virtù della grande generosità dimostrata”.

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail avente ad oggetto “piccolo grande Ahmed”.

Luciano ed Adriana mi raccontano che in quest’anno di attesa il ragazzo ha dovuto lottare contro nuove forme di accanimento della sua malattia.

Combatte sempre Ahmed, spesso pareggia ma di certo non cede. A novembre compirà 21 anni, continua a sorridere e a comunicare muto, con gli occhi grati e curiosi. Gioca divertito con strisce di carta stagnola, meglio se quella dei sacchetti di caffè che i bar di mezza città conservano apposta per lui.

Gli piace quel luccicchio svolazzante e sembra incurante di tutte le fatiche che il suo corpo compie per riempire ancora una volta di vita i polmoni.

Non credo esista nessuno più gioiosamente resistente del piccolo grande Ahmed. Conferirgli la cittadinanza italiana dovrebbe essere non solo un dovere, un’urgenza, ma soprattutto un onore.


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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