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“Cercate di divertirvi, e basta” erano soliti dire i genitori di Arta Dobroshi a lei e ai suoi fratelli, quando erano piccoli e stavano attraversando gli anni più delicati della loro crescita. "Ce lo ripetevano ogni giorno: non preoccupatevi di niente, cercate solo di star bene e divertirvi". Quello che rendeva il loro atteggiamento straordinario era il fatto che vivessero in una zona di guerra.

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Nonostante una situazione tremenda, nella quale si poteva essere colpiti da un proiettile in qualunque momento, e anche dopo essere stati costretti a lasciare la loro casa per andare in un campo profughi, i suoi genitori non hanno mai smesso di essere felici, positivi e pieni di speranza per il futuro.

"Qualunque cosa stessimo affrontando, qualunque prova e pericolo, i miei genitori sapevano che le cose più importanti che si devono dare ai bambini sono la speranza, le risate e la gioia" racconta Arta.

Ma non è stato facile – come non è facile ora per i milioni di rifugiati che, come la famiglia di Arta in Kosovo negli anni 1980 e 1990, vivono in un costante pericolo o in fuga da esso.

"La vita tornava normale per un po’ e poi, all'improvviso, ci toccava di nuovo fuggire, inseguiti dai militari o dalla polizia. Capitava che gas lacrimogeni invadessero le aule della scuola.


se  le persone che vivono in libertà e pace sapessero 
quello che stiamo attraversando, di sicuro ci aiuterebbero


Più volte abbiamo dovuto lasciare casa nostra per andare a vivere altrove, perché restare lì sarebbe stato troppo pericoloso. Quando ci siamo trovati davanti solo guerra e disruzione, ricordo di aver pensato: se solo le persone che vivono in libertà e pace sapessero quello che stiamo attraversando... Di sicuro ci aiuterebbero!".

Oggi Arta è un’attrice affermata, ma non ha mai dimenticato come ci si sente ad essere coinvolti in una guerra, e di come fosse sicura, in quel momento drammatico, che se solo la gente avesse  saputo, avrebbe agito in loro favore.

È per questo che  ha realizzato un film chiamato "Home", un cortometraggio la cui proiezione dovrebbe produrre proprio quello che Arta ha sempre pensato possa fare la differenza: mettere le persone fortunate nei panni della gente sfortunata.

Il film segue le vicende di una famiglia con due bambini, genitori e piccoli sono costretti a lasciare la loro casa. Devono pagare dei trafficanti perché li trasportino nascosti all’interno del portabagagli – i bambini in un auto, i genitori in un'altra. Una situazione piena di paura e violenza.

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I genitori sono stati costretti a volte a portare in braccio i loro figli traumatizzati attraverso i campi e sotto edifici pericolanti dopo i bombardamenti, cercando un riparo quando improvvisamente si trovano in mezzo ai combattimenti, prima di finire, sporchi, spaventati e affamati, seduti itutti insieme intorno al fuoco di un campo profughi.

È una storia familiare quella del film, ed ecco il colpo di scena: la famiglia non è siriana o afgana - è inglese.

Una famiglia proprio uguale a quella degli spettatori, costretta a mettere i figli nel bagagliaio di una macchina, a trasportarli in mezzo a soldati che combattono, facendoli camminare per chilometri attraverso la campagna aperta, rovistando in mezzo ai rifiuti alla ricerca di cibo e di vestiti per tenerli al caldo.


la differenza tra una famiglia di rifugiati e la mia famiglia
o la tua può essere riassunta in una parola: fortuna


Chi ha visto il film conferma quanto sia inquietante vedere che tutto questo accade a persone la cui lingua madre è l'inglese.

Non sarebbe potuto succedere anche a voi? Certo che sì, sostiene Arta. E in questo caso fareste tutto il possibile per mantenere i nostri figli al sicuro.

La differenza tra una famiglia di rifugiati e la mia famiglia o la tua può essere riassunta in una parola: fortuna.

"Nessuno vuole lasciare la propria casa – noi non avremmo voluto mai voluto lasciare la nostra casa" dice Arta.

"Siamo rimasti a Pristina finché poteva. Abbiamo resistito a tutti i disordini e gli scontri possibili, ma nel 1997 le cose sono diventate davvero difficili - le persone venivano massacrate e i miei genitori hanno pensato che fosse ormai troppo pericoloso restare. Più pericoloso che mai.

Non volevamo separarci e lasciare tutto - è stato molto difficile. Alla fine, sono andata con i miei due fratelli e con mia mamma;  mio padre è rimasto con mio zio e la nonna, che aveva 80 anni.

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Noi siamo andati in Macedonia e abbiamo vissuto in un campo per un po'. Non vedevamo l'ora di tornare a casa.

Dopo un paio di mesi siamo tornati e ricordo che era ancora veramente pericoloso vivere lì. Per un po' non siamo riusciti a spostarci e mio padre oltretutto si trovava in un posto diverso.

Quando finalmente siamo riusciti di nuovo a incontrarlo, è stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Non sapevamo cosa fosse stato di lui.

Queste sono il genere di cose che accadono in guerra. Non è qualcosa che si scelga. Diventa normale per i rifugiati, ma non perché in qualche modo siano diversi come esseri umani. Non lo sono per niente! Sono proprio come te e me ... In realtà, io ero una di loro".

Arta, che oggi ha 36 anni, sostiene che l’aver vissuto entrambi i lati della questione l’ha portata a concepire il suo film.

“Ho vissuto metà della mia vita come una rifugiata, l’altra metà come una persona libera, in un grande paese occidentale. Ecco perché ho avuto l’idea di mettere insieme entrambe le parti".

La sua convinzione sincera, dice, è che gli esseri umani vogliano aiutarsi l'un l'altro.

"Se vediamo qualcuno sulla nostra strada che ha bisogno di aiuto, sentiamo che dobbiamo fare quello che possiamo per aiutarlo - è naturale. È il nostro istinto come esseri umani. Se si guarda ai bambini, si vede che lo fanno molto facilmente. E penso noi crescendo impariamo cosa sia la paura, e la paura prende il sopravvento e ci impedisce di seguire quell'istinto di base di voler aiutare gli altri".


è difficile da spiegare la differenza che fa, 
quando ti trovi in un campo profughi, 
sapere che la gente pensa a te e vuole aiutarti


Più di ogni altra cosa, i rifugiati hanno bisogno di empatia e di compassione, sostiene Arta. "Hanno bisogno di sapere che le persone si preoccupano per loro, e che ci sono cose positive che li apettano.

Hanno bisogno di avere speranza. È difficile da spiegare la differenza che fa, quando ti trovi in un campo profughi, sapere che la gente pensa a te e vuole aiutarti.

Una volta Richard Gere è venuto a far visita al nostro campo. Ricordo di aver corso verso il punto in cui si trovava. Non sono riuscita nemmeno a vederlo perché c’era troppa gente, ma sapete una cosa? Solo sapere che era venuto lì mi ha dato una grande energia di sopravvivenza.

"Le persone che vivono in libertà non si rendono conto di quale impatto i loro pensieri e le loro attenzioni hanno per i rifugiati - salvano letteralmente la vita perché ti fanno andare avanti con la speranza nel cuore".

Arta ricorda come da bambina, in Kosovo, lei e la sua famiglia guardassero film per tutto il tempo. Pensava che questo fosse normale, ma quando è cresciuta ha realizzato che la sua famiglia era come drogata di film.

"Ho chiesto a mia mamma il perché e lei mi ha detto: È stato per distrarvi. Non volevamo che vi preoccupaste tutto il tempo per i combattimenti".

"La mia speranza più grande ora" conclude Arta "è che tra dieci o venti o anche 40 anni, i nostri figli o nipoti dicano: Possibile? Ci sono stati davvero tempi in passato, in cui le persone che vivevano in libertà non aiutavano i profughi? Ci sono stati davvero quei tempi?".

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