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I ragazzi che ospitiamo nei nostri servizi residenziali spesso si muovono come animali selvatici, vigili e in perenne allarme, attenti a difendere il proprio territorio e a non invadere quello altrui, in una apparente convivenza pacifica, col colpo in canna sempre pronto.

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Poi a volte la realtà decide di intrecciare la traiettoria delle loro vite, creando delle reazioni “chimiche” dalle conseguenze imprevedibili.

Quello è un momento magico per intervenire educativamente.

Spesso non dovendo fare niente, se non lasciare tutto aperto al possibile, senza cedere alla tentazione di chiudere.

Questa è la storia dello scontro avvenuto tra Mikhail, Mattia e Andreas.

Dopo, tutto è cambiato.

Mezzanotte e un quarto.

L’ingresso di un bel condominio di Milano, nuovo di zecca.

Finalmente il silenzio.

Vorrei stare lì tutta la notte a riassaporare la calma di nuovo improvvisamente ritornata. Il silenzio, che è più forte del rumore.

Vorrei sedermi sulle scale, lasciare defluire i pensieri, godermi il sollievo di sapere che, ormai, tutto è passato.

Ma non posso. Ovunque i segni del terremoto: sui muri, per terra, nella mia testa. Macerie dappertutto...


lui che ha improvvisamente cambiato pelle, e ancora
non l’ha capito. Per questo continua a parlare.
Per evitare di pensare e accorgersi di quello che ha fatto


Attorno a me è un tappeto verde di cocci di Heineken, sparsi per due piani di scale. Con la testa ancora sotto sopra mi scopro a pensare che c’è un ordine in quel caos e che quei mille vetri rotti non stanno poi così male!

Dietro di me il mio angelo custode Mikhail, anche lui attonito.

Non ho tempo, però. Devo ripulire tutto prima che un qualunque inquilino rientri a casa e, vedendo quel disastro, dica: “...ma ancora”?!

Nel giro di cinque minuti, io in silenzio e Mikhail che non smette un attimo di parlare, ripuliamo le scale, lasciandole senza più una scheggia di vetro. E mentre sto per chiudere la porta di casa, appena finito di spazzare l’ultimo gradino, entra una persona dall’ingresso principale. Non si accorgerà di niente, per un pelo: notte Luca...ancora qua?!

Rientro in casa e mi chiudo la porta a chiave alle mie spalle. Mi sembra di sigillare dentro un incubo segreto che non deve uscire, ma che è ancora lì presente, denso, visibile in ogni angolo della casa, in ogni respiro che facciamo. Io e Mikhail ci guardiamo attorno, increduli di quanto abbiamo vissuto.

È durato tutto non più di un quarto d’ora. “Questa volta hai rischiato, Luca”, mi dice Mikhail, che continua a non riuscire a stare zitto. Lui che, il tempo di una notte, ha improvvisamente cambiato pelle, e ancora non l’ha capito. Per questo continua a parlare. Per evitare di pensare e, spaventato, accorgersi di quello che ha fatto. Il rischio di domandarsi perché l’ha fatto, perché, finalmente ha abbandonato quella maschera quasi ridicola da “educazione siberiana” che tanto lo proteggeva. Quell’ucraino dalla faccia quadrata e gli occhi azzurri, il fisico massiccio e la pancia da tasso alcolico nel sangue sopra i limiti, che infonde solo paura in chi lo guarda, così da impedire di essere visto. E che si fa sempre e solo i cazzi suoi. Quel ragazzo che non sa neanche quanti reati ha commesso e che, improvvisamente, mi manda, a mezzanotte, via sms, quel grido d’aiuto sgrammaticato, quasi ridicolo: “Io detto niente, ma nn voglio che lo ammazano...”

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E io che mi rivesto di corsa, prendo la macchina e in un quarto d’ora arrivo, entro nel portone, salgo le scale e sento il rumore. E lui che è già lì, dentro l’appartamento ma con la porta aperta, a presidiare la situazione ma anche a farla uscire. Ci mette la faccia, senza più curarsi dell’infamia, finalmente libero di saper decidere cosa è giusto fare, senza paura di diventare il giudizio dell’altro. Il bello di scoprire un confine che separa, costruito sull’istinto, senza quasi pensarci.

Gli altri li trovo tutti e quattro sbronzi, birre dappertutto, casa sottosopra, materassi per terra. C’è tra loro una ragazza, che non sa, che crede che sia una figata stare in quel gruppo di perdenti e neanche si rende conto di tutto quello che lei ha probabilmente già perso da tempo.

Fuori tutti. Lo dico con tono fermo, quasi calmo.

Capisco che non riuscirò a trattenermi. Dopo quello che è successo due notti prima, vedere questa scena, non mi sembra vero.

Veloci – urlo - fuori tutti dalla porta!

Non sono più calmo. Sento che voglio fare casino, che sto perdendo le staffe. E quasi sono contento.


e non mi domando nemmeno se è giusto
tirare una sberla ad un viso che, solo due notti prima,
era stato gonfiato di botte a tradimento portandone ancora i segni


Mattia protesta, non sa quello che dice. È pieno di birra, tenta di fare il capo, ma non ne ha la stoffa. È un mezzo coglione, per dirla con le parole dirette di Mikhail. Non riesco a non andare verso Mattia. Non dovrei farlo.

Ma che cazzo stai facendo?! Ma ti sembra che non ne avevamo già abbastanza di casini qui dentro???

Mi risponde secco, alterato, ubriaco. Non so neanche cosa mi dice. Non penso abbia alcun senso. Nega, si difende, accusa gli altri. Continuerò a cercare nella mia memoria - solo per curiosità - le parole precise che usa, ma non riuscirò più a trovarle. So solo che hanno l’effetto di un detonatore, qualcosa di folle, unito ad un tono sopra le righe e a quegli occhi neri da troppo alcool in corpo, di chi sta per perdere il controllo. Invece lo perdo io e, con un gesto che non ha bisogno di chiedere il permesso al pensiero, perché sa di essere definitivo, gli tiro una sberla che lascia tutti senza fiato per un tempo brevissimo ma interminabile. Un silenzio irreale che dura un attimo. Non mi domando neanche per un secondo cosa ho fatto. Non me lo domanderò neanche dopo. E non mi domando nemmeno se è giusto tirare una sberla ad un viso che, solo due notti prima, era stato gonfiato di botte a tradimento portandone ancora i segni. Gliela tiro e basta. Mattia strabuzza gli occhi e io rincaro la dose: la seconda sberla è chiedergli le chiavi di casa e dirgli di andarsene. Per lui vuol dire che salta tutto, non ha più jolly da giocarsi. A questo punto è fuori tempo massimo. Fine della corsa, lo aspetta solo una cella di un carcere pronta ad accoglierlo. Però questo, Mattia neanche lo capisce. L’alcool e la sberla lo fanno saltare. Inizia a prendere tutte le bottiglie che trova in giro e le lancia contro i muri della casa. Mikhail urla di smetterla, di stare calmi, mentre io chiamo la polizia. O meglio, faccio finta: non sopporterei un’altra notte con le volanti a sirene spiegate e agenti per tutto il condominio. Gli altri due, però, capiscono che questo è il segnale, e la casa in due minuti si riempie di bottiglie fracassate in mille pezzi. Schegge di vetri di birra dappertutto, impronte di Heineken sui muri ad altezza d’uomo. E Mattia che, nel pieno dell’esaltazione rabbiosa, prende una bottiglia per il collo, la spacca contro lo stipite di una porta e, impugnandola come un’arma, fa per puntarmela addosso e, minaccioso, viene verso di me, guardandomi furibondo negli occhi...

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Ma non lo fai Mattia, non lo fai.

Non so perché non lo fai. Ma hai un sussulto di controllo e ti fermi subito. Non hai motivo per fermarti: sai che hai perso tutto, sai che non potrai vedere più la tua bambina di quattro mesi, se non dentro un carcere. Sai che una banda di stronzi ti ha pestato due notti prima e non avevi colpa, sai che eri sbronzo perché degli amici di merda se ne fottono di te, sai che nessuno ti ha consolato per le botte e il tradimento subito due notti prima. Sai che hai appena preso una sberla davanti a tutti che nessuno ti aveva mai rifilato prima. Sai che è finita e che tu sei senza limiti.

Però non lo fai. Ti fermi a tre metri da me e, dopo un secondo in cui ti passa tutto il disastro che ti aspetta, lucido nonostante i litri di birra in corpo, te ne esci di corsa di casa.

E io lo sapevo che non lo avresti fatto. Protetto dal mio angelo custode, che non avrebbe mai permesso che nessuno mi torcesse un solo capello, come una guardia del corpo che sa il fatto suo in quei deliri violenti e alcoolici, muovendosi come l’unico professionista della scena, io sapevo che non ci avresti neanche provato.


lividi ancora rosso sangue sotto la pelle olivastra
del tuo viso, e la rabbia nei tuoi occhi
la dicono lunga sulla tragedia di due notti prima


Tu non lo sapevi, te l’ho poi dovuto spiegare io. Così come non sapevi che quando sei andato a chiamare Mikhail, per invitarlo alla festa con tanto di ragazza gratis pronta all’uso, tu stavi chiedendo aiuto. All’unico che, nonostante non lo avesse mai fatto prima, avrebbe avuto la forza di chiamarmi, senza paura di passare per un poliziotto bastardo. Esattamente quello che gli altri due, neanche 48 ore prima, non avevano fatto. Che merde, vero?!

I lividi ancora rosso sangue sotto la pelle olivastra del tuo viso, e la rabbia nei tuoi occhi la dicono lunga sulla tragedia di due notti prima. Quattro disgraziati che entrano alle due di notte dalla finestra della sala lasciata appositamente aperta; si intrufolano nella tua stanza, sapendo già qual è, sbattono fuori Andreas minacciandolo di morte e poi giù botte per darti una lezione. Gli avevi rubato un iPhone Mattia, vero? Tu lo neghi, ma invece è vero. Cazzo Mattia, tutto questo per un iPhone che tu volevi esibire come facevano tutti gli altri...

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E anche se fosse? Dio Santo, se anche fosse, dovevano venire in quattro dentro casa alle due di notte per gonfiarti la faccia, rischiando quasi di ammazzarti?!

E Andreas, il tuo compagno di stanza, che scappa nella camera di Sergio, si chiudono dentro e si barricano tutt’e due lì, senza chiamare nessuno... Poi però Andreas trova il coraggio di reagire, lui che il senso di colpa ha già iniziato a consumarlo da tempo, e si inventa di gridare che sta arrivando la polizia. I quattro scappano e tu, Mattia, come una molla esci di casa, mentre Andreas e Sergio, impietriti, ti lasciano andare. Ma com’è possibile che non siano i primi a soccorrerti? Tu, col viso che è una maschera di sangue e le gambe legate con il caricabatterie del cellulare che non riesci a sciogliere. Fai prima di loro... ma dove cazzo sono?! e vai su per le scale. Ti fai due piani a suonare a tutte le porte fino a che, finalmente un vicino di casa apre e tutto finisce: sembrava una scena da Arancia Meccanica, mi dirà poi quel signore...


di fronte a suo papà ogni suo muscolo si paralizzava.
E per questo si è sempre odiato,
e non si è mai perdonato


Tu ancora ti domandi perché i tuoi compagni di appartamento sono stati lì senza far niente. Nonostante io lo sappia, figurati che continuo a domandarmelo anch’io! Tu non puoi sapere che quelle botte, anche Sergio le ha già avute in dosi industriali, da piccolo. Già allora si pietrificava, provava a reagire, a fare qualsiasi cosa, ma non riusciva. Di fronte a suo papà ogni suo muscolo si paralizzava. E per questo si è sempre odiato, e non si è mai perdonato. E quando poi non ha più sopportato di vedere e subire tutti quei pugni ha deciso di denunciare tutto alla polizia. Ma non sapeva che la sua vita gli sarebbe crollata addosso frantumando per sempre il suo sogno di bambino di avere una famiglia felice. E la colpa adesso è sua, e glielo rinfacceranno per sempre. No, non lo farà mai più di chiamare la polizia, neanche se, nella stanza accanto, gli stanno ammazzando il compagno di appartamento.

E Andreas invece rivive un altro incubo: che niente è cambiato, che sono sempre lì i fantasmi, pronti a tornare, qualcosa di silente che improvvisamente chiama, un telefono che suona e lui che ha paura a rispondere, perché non c’è scelta. Sono loro, travestiti da banda di amici, così amici da consumare una vendetta che sarà una condanna definitiva per lui. Sapeva bene che sarebbero venuti, ma non ci voleva credere, perché poi tutto sarebbe stato irreversibile. Non poteva proteggerti da quella telefonata che annunciava la spedizione punitiva, Mattia. Altrimenti avrebbe tradito e la vendetta sarebbe stata terribile.

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E allora meglio andare a letto, chiudersi in un sonno psicotico, di quelli che stacchi la spina, che non li senti neanche entrare, così anche tu ti svegli di soprassalto perché hai sentito uno strano rumore, come di applausi, dirà poi Andreas. E invece erano le sberle e i pugni che tiravano a Mattia. Annunciati, promessi, studiati a tavolino...

E due sere dopo, eccoti qua Mattia che, quasi a saldare un conto in sospeso, come a riprenderti la scena dopo l’umiliazione subita, combini tutto questo finimondo e arrivi a spaccare una bottiglia contro il muro...

Ma non finisci l’opera e getti per terra quella bottiglia che avevi rotto per me, scappando giù dalle scale di corsa e portandoti dietro tutti quei disgraziati con i quali ti accompagni. Io e Mikhail allora ti inseguiamo giù in cortile, ma solo per essere sicuri che tutto sia finito e che uno spazio chilometrico vi separi dalla casa e da quanto abbiamo appena vissuto.


questo non lo vede ancora e non lo vuole nemmeno vedere.
E non può perdonarlo. Ma la fatica più grossa sarà perdonare me
quando, il giorno dopo, rivedrò Mattia


Torniamo su e, chiusa la porta dell’appartamento, dopo aver ripulito le scale, puliamo i pavimenti da tutti i pezzi di vetro in giro per le stanze. Puliamo da tutta la rabbia e la violenza consumata in quei due giorni. Mikhail non smette di parlare. Inveisce contro Mattia, quel mezzo coglione che non sa neanche quello che fa. Contro i suoi amici, gente depravata che fa schifo solo a pensarci. Tutti ubriaconi, sudamericani di merda. Lo dice convinto Mikhail, finalmente cambiando volto, provando a saltare dall’altra parte della barricata, recitando un nuovo ruolo, come per convincersi, come per iniziare a prenderne confidenza. Non si ricorda Mikhail che ha appena fatto i test per l’alcool e che rischia il ricovero per disintossicarsi. Non si ricorda di quando, questa estate, faceva volare divano, sedie, stendibiancheria da una parte all’altra della casa sopra la mia testa, o di quando minacciava di chiamare la mafia albanese, andando su tutte le furie, se non riceveva i soldi il giorno stabilito. Adesso non è più quello lì, l’ucraino che, attaccando e urlando, vede la paura negli occhi di chi lo guarda. Adesso prova a fare quello che difende. Che difende se stesso, il suo spazio, il suo cambiamento. E che difende me. Questa è la colpa più grossa di Mattia: aver attaccato la casa e aver attaccato me. Questo, Mikhail, non glielo perdona. E neanche capisce che Mattia invece si è fidato di lui andando a chiedergli di unirsi alla festa. Si è fidato che lui avrebbe saputo cosa fare e, forse, lo avrebbe salvato. No, questo Mikhail non lo vede ancora e non lo vuole nemmeno vedere. E non può perdonarlo. Ma la fatica più grossa sarà perdonare me quando, il giorno dopo, rivedrò Mattia.


La seconda parte verrà pubblicata domani

L'autore.
Educatore, responsabile degli Appartamenti Educativi "Chiavi di Casa" di Arimo.

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