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Quali sono le risorse dei bambini?

Prima di tutto il desiderio di crescere, l’apertura al futuro. L’investimento nello studio nonostante tutto, l’avvio di relazioni importanti con coetanei o adulti dentro e fuori dalla famiglia o dai servizi, l’espressione artistica, la capacità di credere o costruire un proprio mondo interiore sono espressione di questa meravigliosa energia.

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“Mia madre pensa solo a darmi in sposa a un uomo che le dia i soldi. Io non sono un animale, io sono una persona. Il mio futuro lo decido io. Anche con una madre si decide, ma io non sono un pezzo di carne che si può vendere, non sono un cane. In futuro spero di restare in Italia. Ho pensato a tutto. Ho preso questa scuola superiore perché dopo la III posso lavorare. Fino a 18 anni resto in comunità, lavoro e mi pago la scuola fino al V anno, poi se riesco vado all'Università. A scuola vado bene, mi piace studiare. Mio ‘padre in Cina’ mi ha insegnato che con lo studio si costruisce il futuro. Dopo non ho più paura di nessuno”. (Lyu Jo, 13 anni)

“Mi piace tanto leggere e anche scrivere, sto scrivendo un libro per conto mio… Leggo libri di bambini costretti ad affrontare situazioni difficili e invidio quei personaggi perché mi sembrano più forti di me. Vorrei fare l'educatrice o la psicologa per diventare come i miei educatori di comunità, che hanno aiutato con pazienza tanti ragazzini con delle difficoltà”. (Marika, 15 anni)

Immagino che adulti esterni alla famiglia possano diventare importanti in questa fase di crescita, a maggior ragione quando il rapporto con i genitori non è un sostegno.

Certamente sì. Tra le risorse ci sono gli incontri con adulti diversi dai genitori, che hanno mostrato disponibilità nel prendersi cura di questi ragazzi. Alcuni mi parlando degli operatori dei servizi, come Leo, 14 anni: “Ho parlato con lo psicologo alcune volte, mi ha aiutato a tirar fuori quello che avevo dentro”, o Sandro, 13: “Mi trovo bene con gli operatori. Mi hanno aiutato a cambiarmi un po'. Mi piace di più come sono adesso. Prima ero più triste”.

Gloria, 13 anni, esprime un apprezzamento sulla sua vita in comunità educativa: “Secondo me è stata una scelta giusta mandarmi in comunità perché a casa non c'era una bella situazione e sarei cresciuta male, invece in comunità ci sono persone che sono in grado di aiutarmi”, mentre Aldo commenta positivamente il suo affidamento agli zii: “Sono contento di stare con gli zii. Anche prima, quando non era ancora successo niente, mi sono sempre trovato bene con loro, soprattutto con lo zio perché a me piace stare sul trattore e con lui vado in campagna”.

Lo zio di Aldo può essere un po’ un sostituto della figura paterna?

È possibile che sia così. Il desiderio di trovare un riferimento paterno è una spinta molto presente, molti tra i ragazzi che ho incontrato la riconoscono chiaramente in sé o nei fratelli:
“Mio fratello ha fatto tante cose col papà, si divertivano… Spesso ho l'impressione che gli manchi una figura paterna, magari non lui ma un padre, e mi pare che lo cerchi in nostro zio… (Viviana, 15 anni)

“Io un giorno ho chiesto a mamma se potevo chiamare (il suo compagno, n.d.r.) ‘babbo’. Ho cominciato, un po', però sto smettendo perché mi sembra strano, come sai lui non è il mio babbo. Mi ero abituata a chiamarlo per nome e un giorno avevo deciso di cambiare dato che non ho un vero "babbo" nella famiglia e vorrei averlo - anche se è un po' finto; perché la parola ‘babbo’ per me è importante, mi rende felice, e vorrei che lui fosse il mio babbo”. (Clara, 10 anni)

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E ai giudici che cosa chiedono?

Di essere ascoltati prima di tutto. Alcuni hanno un’idea chiara su qual è la scelta giusta da fare e la suggeriscono al tribunale sperando in una conferma. Lyu Jo, la ragazzina cinese maltrattata dalla mamma, è venuta in udienza con molta paura: “Mia madre un giorno mi ha detto: ‘Tu tornerai a casa, tanto sei piccola, il giudice ascolta me, non ascolta te. Io non voglio pagare 1.000 Euro al mese per la tua comunità!’. Ma io non voglio vedere mai più mia madre nella vita mia. Se si può. Lei non mi farà tornare a casa, vero?”.

A tutti spiego che sono molto interessata a capire il loro punto di vista e che il Tribunale terrà conto dei loro desideri ma anche di molte altre informazioni e valutazioni, per cui non è detto che ciò che sperano si avveri. È un modo per sollevare i ragazzi dalla responsabilità di una decisione che spetta solo agli adulti e, insieme, un ricordare che c’è un limite alle proprie possibilità, un limite dato dall’età, dal ruolo, dal fatto che nessuno di noi è onnipotente e nessuno può indirizzare la propria vita tenendo conto solo di se stesso.

In che modo i ragazzi percepiscono le decisioni dell’autorità giudiziaria?

Dipende dai casi. A volte le vivono come tutelanti, perché sostengono una scelta che loro sentono di condividere, magari insieme ai loro genitori; altre volte capiscono che sono giuste ma le vivono con dolore, come per quel ragazzo che ammetteva la maggiore tranquillità della casa famiglia ma rimpiangeva i momenti belli vissuti con papà e mamma.

Ho incontrato anche ragazzi che, in un certo senso, avevano anticipato o supplito alle decisioni del tribunale che per qualche motivo si stava dilungando. Ragazzi che hanno disposto il proprio allontanamento temporaneo chiedendo ai genitori di andare a vivere dai nonni per non assistere più a certe scene, o che si sono scelti gli affidatari individuandoli in adulti di fiducia che erano loro accanto. Tutto questo per dire che, insieme alla fragilità e al bisogno di supporto, i minori figli della violenza hanno anche una volontà e una saggezza non indifferenti. Dare loro riconoscimento attraverso l’ascolto è certo il primo dei passi che il mondo degli adulti e il sistema giudiziario possono compiere.

qui la prima parte dell'intervento

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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