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Le esperienze infantili fatte non solo di mancanza di sostegno e amore, ma anche di antagonismo, conflitti e comportamenti emotivamente abusivi, influenzano lo sviluppo del bambino in molti modi, uno dei quali è quello di "normalizzare" ai suoi occhi i comportamenti e gli atteggiamenti vissuti in casa.

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Identificare gli elementi di “tossicità”

Questo significa che le persone che da bambini sono cresciute in questi ambienti “tossici”, spesso sono lente a individuare come negativi quei comportamenti che, da lungo tempo, sono a loro familiari.

Tutti noi siamo inconsciamente influenzati dai nostri genitori, il che è un bene se si cresce tra persone amorevoli e supportive. In età adulta, si sarà attratti da persone che si adattano a questi modelli mentali.

Anche coloro che hanno una modalità di attaccamento insicuro, però, vengono influenzati dai loro familiari e se poi incontrano persone che emarginano, manipolano, si comportano in modo paranoico o trattano gli altri da capro espiatorio, si possono sentire “come a casa”. In realtà, se non sono riusciti ad arrivare a riconoscere la loro proprio ferite, possono anche non riconoscere comportamenti dannosi – i quali sarebbero del tutto evidenti a una persona sicura di sé – quando ne fanno esperienza.

Diventare consapevoli delle persone dannose per la propria vita – il presunto amico che insiste sempre sui tuoi difetti, il collega che ama fare scherzi a tue spese e, certo, anche il tuo genitore che è veloce a dirti che “sei troppo sensibile” quando tu protesti per la sua cattiveria – è una passaggio necessario nel percorso che occorre fare per liberarsi dai modelli mentali acquisiti nell’infanzia e per risanare la vita adulta.

È importante riconoscere quanto il proprio bisogno di acconsentire, di minimizzare o scusare il comportamento negativo di altre persone, o di incolpare se stessi di quanto accade, possa diventare parte della dinamica relazionale.


Individuare i confini

Confini sani definiscono il sé e la relazione tra il sé e gli altri, e noi impariamo a riconoscerli fin dalla prima infanzia.

I bambini dall’attaccamento sicuro non si sentono degli intrusi o abbandonati dai genitori, perché la lezione impartita è quella della relazione sana. Essa insegna che ogni persona è separata, ma comunque collegata agli altri da legami forti, e che l'indipendenza e la connessione si intrecciano.

Il che si riduce a questo: “Io sono io e tu sei tu, ma abbiamo legami che sono così stretti che tu non sei mai solo”.

Il bambino non amato non impara nulla di tutto questo e, infatti, arriva a conclusioni sbagliate riguardo ai confini. La persona con un attaccamento ansioso non capisce e li vede come una minaccia per la vicinanza; pensa che il venire consumati dalle emozioni e il perdere se stessi siano sinonimi di amore e intimità. Percepisce il sano bisogno di confini e di indipendenza di un partner come una precisa minaccia.

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La persona evitante confonde i confini con pareti destinate a chiudere gli altri fuori e se stesso dentro.

Imparare a rispettare e a fissare dei limiti appropriati è un altro passo nella giusta direzione.


Sfruttare le opportunità

I bambini non amati spesso diventano adulti che sono portati all’evitamento, perché hanno paura di fallire. Per loro, passi falsi o errori non sono parte della strada verso il successo, ma la prova che i loro genitori avevano ragione su di loro, dopo tutto.

Certo, a nessuno piace fallire, ma la persona con uno stile di attaccamento sicuro è in grado di rialzarsi da una battuta d'arresto o da un fallimento, con il proprio senso di sé intatto. È in grado di motivare se stesso per andare avanti verso qualcosa di nuovo. La persona non sicura va invece al tappeto, è piena di auto-recriminazioni e affonda nell’autocritica perché non ha fiducia in se stessa e nelle proprie capacità.

Procedere per piccoli passi è quello che ci vuole quando si impara ad assumere un approccio orientato all’obiettivo, piuttosto che porsi obiettivi che sono motivati solo dall’evitare il fallimento o altri contraccolpi alla propria autostima.

Quando si inizia a vedere noi stessi in modo più chiaro e si impara a frenare l'abitudine all’autocritica, questo diventerà più facile nel tempo e aiuterà a fissare nuovi obiettivi, anche sulla scia di delusioni vissute.


Esaminare la reattività

Come abbiamo visto, lo stile di attaccamento riflette il pensiero inconscio sulle relazioni. Se si pensa a questi modelli come a filtri che agiscono sulle nostre esperienze, si può cominciare a uscire dall'influenza delle esperienze infantili. Diventare consapevoli dei fattori scatenanti è un enorme passo in avanti, e si può iniziare facendosi le seguenti domande:

Se qualcosa fa risuonare parole che ho sentito per tutta l'infanzia, abbasso gli occhi e mi ritiro in me stesso o divento iper-sensibile?

Tendo ad analizzare eccessivamente le situazioni ogni volta che mi sento nervoso?

Sono in grado di fare un passo indietro e guardare e ascoltare obiettivamente quando mi sento minacciato o è il “motore del passato” a determinare la mia reazione?

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Mettere a fuoco cosa fa scattare la reazione porta a un livello più alto di coscienza. Occorre saper cambiare la propria reazione facendola diventare molto più equilibrata, non emotiva, riconoscendo le possibili manipolazioni di chi abbiamo di fronte, fatte a partire dalla conoscenza dei nostri punti deboli.

Bisogna sapere che, con uno sforzo, ci si può liberare da ogni comportamento acquisito e automatico.


Affrontare il nucleo del conflitto

Il continuo braccio di ferro tra la necessità di amore e sostegno da parte dei genitori, e la crescente consapevolezza dei modi in cui da loro si sia stati feriti, è il conflitto centrale.

Questo è un processo, ben più di un singolo passo, e può richiedere molti anni affinché un figlio possa decidersi su come sia meglio per lui gestire la relazione e su come, nel caso non possa essere gestita positivamente o modificata, andare avanti. Il solo fatto di vedere che il conflitto esiste, è un primo passo verso la guarigione.

qui la prima parte

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