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Ubi minorubi-minor-progetto

La solita anticamera.
Cambiano i governi, gli enti gestori, i funzionari e la denominazione giuridica dei luoghi di detenzione per migranti, ma l’attesa davanti alle sbarre e la disputa più o meno cordiale con le divise per poter visitare il centro è una costante irrinunciabile.

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Eppure lo sanno che il mandato parlamentare contempla la funzione ispettiva dei luoghi di privazione della libertà al fine di verificare e segnalare se la dignità dei ristretti sia lesa e in quale misura.
Un dovere oltre che un potere dei nostri rappresentanti in parlamento. E sarebbe assai utile per tutta la comunità incentivarne l’adempimento anziché frustrarlo.
Ma intanto noi siamo fuori dalle grate e aspettiamo.

Sono sull’Isola, come consulente di Terre des Hommes e della Campagna LasciateCIEntrarecon Elly Schlein europarlamentare di Possibile con la quale in pochi mesi abbiamo già visitato il carcere di Marassi a Genova e il Cie di Ponte Galeria a Roma. Un’onorevole che onora la funzione parlamentare.
Con noi Alberto, attivista e operatore di Mediterranean Hope, progetto delle chiese evangeliche, che insieme ad altri volontari del Forum Lampedusa Solidale e all’inarrestabile don Mimmo offrono soccorso e accoglienza (quella vera: gratuita, fatta di abbracci, the caldo alla cannella e welcome) al Molo Favarolo, dove approdano stremati i profughi del mare. 

Stiamo tutti e tre fuori almeno una buona mezz’ora: una trattativa estenuante ma rituale per ottenere come favore quello che dovrebbe essere un diritto. Alla fine, la sofferta decisione: la parlamentare può entrare ma con un solo collaboratore.

Alberto è un signore (perché l’eleganza non è questione di età e neppure di look) e mi lascia il posto.
Si entra.
Ma mai all’interno degli uffici (se non in quello della polizia scientifica decisamente collaborativa).

Tutte le informazioni le otteniamo e appuntiamo in piedi. Al freddo umido e salato dell’Isola. Lo stesso che curva le schiene dei profughi costretti a conviverci, per giorni e settimane, senza scarpe diverse dalle infradito, le uniche in dotazione anche a gennaio.
La nostra visita è particolarmente sgradita perché a Imbriacola ne aspettavano un’altra, decisamente più allettante: quella di alcuni rappresentanti della Banca Mondiale.
Ma, per ora, arriviamo noi.

Avevano, per l’occasione, semi svuotato l’hot spot in poche ore. Ed infatti i dati che ci vengono forniti circa il numero dei profughi ristretti sono discordanti a seconda di chi li fornisce e del suo livello di aggiornamento e non per male fede ma appunto per il dimezzamento repentino.
Se l’ente gestore fieramente risponde che i profughi lì rinchiusi sono “solo” 383 appena due di più rispetto alla capienza massima di 381, la polizia allo stesso quesito risponde: 516.
Numeri. Anche perché mancano le parole.

Come chiamare le persone rinchiuse negli hot spot?
Reclusi caldi? D’altronde la natura stessa degli hot spot è incerta e palesemente carente di legittimazione giuridica.
Sono stati istituiti con la circolare del ministero dell’interno del 6 ottobre, in barba alla riserva di legge costituzionale (il chiarissimo art. 10 comma 2 impone “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge”) e prevedono la detenzione amministrativa sine die dei profughi al fine della loro più o meno coartata (dalla medesima condizione di detenzione) identificazione.

Ma sempre la Costituzione all’articolo 13 sancisce: la libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge . In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.

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Ecco negli hot spot ogni tutela costituzionale resta disattesa: manca una legge, manca un provvedimento individuale, manca dunque la sua comunicazione all’autorità giudiziaria ed ovviamente la sua tempestiva (o meno) convalida. Mancano giudici e avvocati.
Resta la detenzione (illegittima) e in alcuni casi l’impunita violenza fisica e morale. Di certo quella inevitabilmente derivante da una reclusione ingiusta.
Ecco, allora come chiamare le persone vittime di questa restrizione di libertà’?
Se restano numeri è tutto più facile.

Per questo forse la loro identità nel centro è determinata da un numero impresso con un pennarello nero su una striscia di plastica bianca fissato al polso dei reclusi.
E guardare questi bracciali stretti sulla pelle anche dei tanti minori (6 bambini piccoli e 87 minori non accompagnati se vogliamo ricorrere alla precisione numerica) all’indomani del giorno della memoria, suscita scorata inquietudine.

Allora ci adeguiamo alla “loro” spietata burocrazia algebrica, rinunciamo, anche per non compromettere il precarissimo equilibrio del centro vista la totale assenza di privacy, a parlare direttamente coi profughi se non per augurargli anche a labbra strette ogni bene, ma poniamo questioni a chi il centro lo gestisce o ci lavora.
Direttrice e  vice dell’ente gestore “Misericordia”  (lo stesso che gestisce da sempre i centri di Crotone, sia Cie che Cara) per non meglio precisate ragioni di sicurezza ci negano l’accesso alle stanze dei profughi, riusciamo, insistendo a vederne solo una, nella zona esterna quella riservata alle donne e ai nuclei familiari. Ma è vuota. Sei brande con materassini di gomma piuma grezza e null’altro. Dai i bagni alla turca e dalle docce fuoriesce liquame. Neanche i wc si possono sottrarre alla logica dei numeri: sono solamente 6  e altrettante docce per 36 persone.

Ai minori non accompagnati va anche peggio.
Stanno in una sezione esterna (ovviamente delimitata da sbarre) a quella che i tunisini nella primavera 2011 chiamavano con rigorosa proprietà linguistica “il gabbio” ovvero la gabbia dentro la gabbia del centro.

I minori hanno a disposizione 10 stanze da 6. Ma oggi, nonostante il frettoloso “repulisti” per fare bella figura con la Banca Mondiale, i minori sono 87, dove dormiranno i 27 in esubero? E come saranno ridotti i loro 4 wc (in totale) e le loro 4 docce in dotazione in tutta la gabbia per minori?
Non è possibile verificarlo ma è facilmente intuibile.

Non ci viene consentito neppure visitare l’infermeria (c’è troppa gente in coda per la visita, vogliamo forse intralciare il lavoro del medico?).
La sola zona, oltre agli uffici della scientifica, che riusciamo a visitare (ma solo per intercessione del cuoco) è la cucina nella quale fa bella mostra di sè la macchina sigillatrice dei pasti . Oggetto del quale l’ente gestore pare andare particolarmente fiero.
Forse per compensare la totale assenza di una sala mensa o anche banalmente di tavoli e sedie dove consumare i pasti.
La distribuzione del cibo dunque avviene lungo i gradini che separano la cucina dal “gabbio” ed immagino quanto dev’essere complicata quando il numero dei reclusi da sfamare, seppure in piedi, supera i 1500.
Numeri.

Come quelli previsti dal capitolato tra Misericordia (più che una Confraternita un ossimoro) e Prefettura (ed al quale la direttrice ci rimanda evasiva ad ogni domanda che riceve come se dovessimo essere noi a conoscerlo a memoria) e che scandiscono la distribuzione di pasti, schede telefoniche, lenzuola di carta, coperte, sapone ecc., oppure i turni di medici e infermieri (nessuno specialista) che fanno turni di 24 ore ma non si sa per quanti giorni consecutivi.

Sono numeri, per la vendicativa legge del contrappasso, in assenza di nomi perchè soggetti a turnazione rapidissima, anche gli agenti di Frontex (6) e quelli di Easo (2).
I primi lavorano insieme alla scientifica nostrana, non possono accedere ai computer di cui i poliziotti italiani sono gelosissimi, ma hanno il compito di “convincere” i profughi a rilasciare le impronte e di tenere fermi e ben pressati i polsi e i polpastrelli dei profughi durante il fotosegnalamento.
I dati vengono immediatamente inseriti nella banca dati italiana (Sdi) e in quella europea (Eurodac).

Gli agenti dell”Easo invece dovrebbero convincere, insieme agli operatori dell’Acnur i profughi (pare pure con la proiezione di video ritraenti asilanti che si dicono felici di essere stati ricollocati) delle meraviglie del sistema di ricollocamento.

Peccato che nessuno sappia dire dove, in quanto tempo e con quali procedure il profugo dovrebbe essere trasferito in un altro Paese per ora sconosciuto.
Quello che è certo è che prima di lasciare l’Italia il richiedente asilo che abbia aderito alla ricollocazione verrà trasferito da Lampedusa in altri centri o hub per un numero imprecisato di volte e probabilmente di mesi.
Nessun video promozionale può cancellare la diffidenza che tanta approssimazione produce.

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Al momento della visita non sembrano essere presenti nè gli agenti Frontex nè quelli Easo.
Chiediamo lumi agli operatori delle ong pagate dal ministero per la loro presenza nel centro, ma non rispondono se non evasivamente o con alzata di spalle
Di certo si sa che inspiegabilmente i profughi che pure vengono sottoposti ad ogni tipo di indagine (dalla compilazione del cosidetto foglio notizie, al fotosegnalamento, fino ai raggi del polso per verificare l’età, in maniera peraltro invasiva e approssimativa, dei presunti minori) e costretti alla compilazione e sottoscrizione di un’infinità di carte delle quali riferiscono di non aver minimamente compreso il contenuto, non possono invece presentare regolare istanza di asilo.

La risposta alla spontanea domanda: perchè? è sempre la stessa: mancano i moduli del cosiddetto C3, il modello utilizzato dalla polizia, per l’acquisizione delle istanze di protezione.
La risposta lascia basiti. Gli uffici della polizia dentro l’hot spot sono efficentissimi, ci sono macchine di ogni tipo per il rilevamento delle impronte e la fotosegnalazione, e computer in rete con le banche dati di mezzo mondo, e non possono stampare dei moduli che chiunque potrebbe scaricare da internet?

Si pretende di dividere i profughi in ricollocabili e irregolari e non si è neppure in grado di ricevere le loro non ignorabili richieste di protezione?
Eppure il dott. Morcone (capo dipartimento libertà civili e immigrazione) si è visto costretto l’8 gennaio a ribadire, in una circolare inviata a tutti i prefetti e ad ogni commissariato, che “il non consentire la presentazione della domanda di protezione internazionale costituisce una chiara violazione della legge”, facendo in qualche modo proprie le parole di denuncia di molte organizzazioni umanitarie.
Ma i reclusi dell’hot spot di Lampedusa continuano a non poter presentare domanda di protezione.

Possono unicamente “manifestarne la volontà”. E, in un sistema incentrato tutto sulla formalità della burocrazia, le manifestazioni orali non accompagnate dal rilascio di nessun modulo o ricevuta non offre alcuna garanzia.
Ed infatti è noto a tutti gli attivisti, giuristi e operatori impegnati in forme diverse nella tutela dei migranti, quanto sta avvenendo negli ultimi mesi in Sicilia, e dalla Schlein denunciato a più riprese al Parlamento europeo: centinaia di profughi vengono colpiti dal decreto di respingimento, dopo lo sbarco a Lampedusa, Pozzallo o Augusta, nonostante abbiano chiesto asilo a gran voce senza però che a questa richiesta corrispondesse la compilazione dell’apposito modulo.

Il decreto di respingimento cosiddetto differito (ex art. 10 comma 2 T.U. Immigrazione) comporta l’ordine assurdo e ineseguibile di lasciare, seppure senza soldi nè passaporto, il territorio nazionale ed autoespellersi via Fiumicino verso il Paese dal quale si è faticosamente fuggiti.
Usciamo, alla fine, senza risposte alle nostre domande più pungenti e senza soluzioni.

Ma con una certezza: a Lampedusa non ci deve essere un Hot spot, non solo perchè incostituzionale per sua natura, ma perchè l’Isola e gli isolani per conformazione e indole sono adatti, anzi campioni, “solo” nel primo soccorso e nell’accoglienza, ma certamente non nella detenzione, specie se ingiusta e sine die.

L’Isola candidata al nobel per la Pace non può per coerenza e dignità ospitare un centro di reclusione ma solo strutture aperte di primo soccorso e brevissima accoglienza, di modo da consentire ai profughi di rimettersi in sesto prima di affrontare il trasferimento nelle città e nei centri di destinazione.

Perchè come dice la Sindaca Giusi Nicolini in un avviso alla cittadinanza dell’8 gennaio «le isole sono ponti e non potranno mai diventare barriere».

 

Testo precedentemente pubblicato sul sito dell'Associazione Diritti e Frontiere - ADIF

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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