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Capita quasi ogni volta. Quando parli a un qualsiasi pubblico — ma molto meglio se giovane e non ancora irreversibilmente plagiato dalla massiccia disinformazione sul tema né viziato dall’ottundimento d’odio da tastiera (o da bar) — succede quasi sempre.

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Non subito, anzi direi quasi alla fine e comunque sempre a margine della lettura, ad alta voce, dell’articolo 10 terzo comma della Costituzione che prevede che "lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge" e dell’articolo 3 della Convenzione di europea dei diritti dell’uomo che dispone che nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.

Qualcuno, ascoltata anche la cifra indecente dei naufraghi morti in mare negli ultimi mesi e le storie strazianti di alcuni scampati ai lager libici e alle onde, si alza e domanda, visibilmente incredulo " perché non è previsto per legge che le persone che fuggono dal proprio paese e che varcano i confini della fortezza europa, possano farlo su un mezzo diverso da una "carretta del mare", in sicurezza, senza diventare vittime di tratta e rischiare la vita?"

Aspetti quella domanda per tutta la conferenza e quando arriva è un toccasana: è sintomo che qualcosa ancora in questa nostra umanità confusa si può salvare.

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Questa domanda è così preziosa che meriterebbe una risposta lunga, articolata e possibilmente a lieto fine.

Gli racconto allora di una famiglia siriana, padre madre e tre bambini, che questa domanda dolorosa se la sono posta interrogando anche le più alte corti.

L’intera famiglia aveva presentato presso il consolato belga una domanda di visto umanitario per poter raggiungere in modo legale e sicuro il Belgio e chiedere asilo politico, ricevendo però un secco rifiuto.

I genitori avevano fatto ricorso e la questione era finita all’esame Corte europea di Giustizia.

Un Giudice italiano, Paolo Mengozzi, era stato incaricato, come avvocato generale, di dare un parere su questa questione fondamentale: chi ha il diritto di asilo, perché innegabilmente scappa da guerre o persecuzioni, per esercitare quel diritto deve necessariamente subire torture e rischiare la vita o può esserci una via legale di ingresso tramite la concessione, pure prevista dal codice dei visti Schenghen, di un visto umanitario?

Il rifiuto di rilasciare il visto ha infatti la conseguenza diretta di spingere i richiedenti asilo a mettere in pericolo la propria vita per esercitare il diritto alla protezione internazionale e "una simile conseguenza è intollerabile".

La Corte di Giustizia, conclude e auspica Mengozzi, ha l’occasione di "onorare i valori sui quali si fonda l’Unione Europea di rispetto della dignità umana e dei diritti inviolabili".


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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