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La Namibia è stato uno dei primi Paesi in Africa ad avere un forum per la giustizia minorile ed è stato il primo paese africano a firmare  la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo. Anche prima di questo,  la Namibia veniva presa a modello da altri paesi che stavano cercando di rafforzare i loro programmi di giustizia minorile, tra cui Liberia, Mozambico e Malawi.

Un’intervista a Ndumba Kamwanyah, uno dei pionieri nella costruzione del sistema della giustizia minorile della Namibia. 

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Recentemente lei ha parlato in un articolo di quanto fosse all’avanguardia, rispetto agli altri stati africani, il sistema della giustizia minorile della Namibia, quando venne creato nel 1990. Può parlarci un po' del sistema e di quali siano stati i fattori che hanno ispirato i namibiani a dargli quella forma ?

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Il colonialismo aveva lasciato la Namibia non solo con un sistema di giustizia penale punitivo ma aveva anche distrutto i sistemi e le istituzioni tradizionali indigene della Namibia con i quali venivano trattate le questioni relative a giustizia e conflitti. Un’indagine sullo stato delle prigioni fatto nel 1994, poco dopo l'indipendenza, ha rilevato che i minori in conflitto con la legge venivano tenuti in condizioni spaventose, contrarie alla Costituzione della Namibia e alle convenzioni internazionali sui diritti umani. L’amministrazione coloniale aveva derivato dal Sudafrica (che aveva annesso la Namibia alla fine della Seconda Guerra Mondiale) un sistema penale punitivo. Mancava del tutto, anche successivamente all’indipendenza, un sistema di giustizia minorile adeguato per affrontare le pressanti questioni dei minori in conflitto con la legge.

La Namibia, per allinearsi con i principi che ispiravano la rifondata democrazia del paese, ha adottato una costituzione più liberale e ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Bambino. Altri fattori che hanno plasmato il processo di instaurazione del sistema di giustizia minorile della Namibia sono stati il Principio africano di Ubuntu, che ha enfatizzato la giustizia riparativa nel nome di armonia sociale, e la compassione in contrapposizione ai principi occidentali della giustizia punitiva. In base all’Ubuntu, la Namibia ha siglato la Carta africana dei Diritti e del Benessere del bambino.

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Componenti del sistema di giustizia minorile della Namibia

Già prima della riforma del 1994, quello della Namibia era un sistema in fase di transizione verso un sistema di giustizia minorile basato sulla riparazione. Componenti chiave dei programmi di giustizia minorile della Namibia erano l’attenzione alle specificità dei minori in ogni fase del sistema di giustizia penale e i programmi rieducativi basati sull’acquisizione di competenze di vita e sociali. Il processo di screening garantiva che ai minori, in base ai loro particolari bisogni sociali e psicologici, venissero indirizzate le risorse appropriate. I programmi di recupero erano finalizzati alla promozione di comportamenti positivi e di responsabilità civica, e portavano alla riduzione dei comportamenti delinquenziali.

Dopo il 1994, il programma di giustizia minorile della Namibia è diventato l'esemplificazione perfetta di come governo e gruppi civici possano lavorare insieme per realizzare le riforme necessarie e risolvere i problemi sociali di un Paese: forum di giustizia minorile, gruppi di sperimentazione sociale, all’inizio in particolare presenti a Windhoek (la capitale) e poi via via istituiti in tutte le regioni. Sono stati appositamente formati agenti di polizia e di custodia. A Windhoek, ai minorenni arrestati sono stati assegnati celle separate e agenti di polizia, i pubblici ministeri e magistrati dedicati al sistema minorile.

Il Ministero della Giustizia ha inoltre istituito un comitato interministeriale ( IMC ) sulla giustizia minorile, un ente composto da ministeri e varie ONG. L'IMC è stato salutato come una pietra miliare per la costruzione del sistema della giustizia minorile in Namibia, perché la sua istituzione è stata un’aperta dichiarazione di interesse da parte del governo della Namibia nell’assumere la guida del programma penale minorile nel Paese. A differenza del forum sulla giustizia minorile, composto da operatori, l’IMC era composto prevalentemente da persone in posizioni chiave a livello decisionale, nei vari ministeri governativi e delle ONG. 

La sfida principale è legata alla mentalità pubblica in termini di opinioni e percezioni in merito a crimini, punizioni e giustizia. 

Tuttavia, anche se la giustizia minorile Namibia è fortemente orientata verso la giustizia riparativa - e di fatto ha incorporato molti elementi giudiziari e concetti Ubuntu – basti pensare al programma per le competenze di vita, all’attenzione alla personalità e ai bisogni dei minori in carico, rimane in gran parte orientato alla punizione, soprattutto per quanto riguarda gli autori dei reati più gravi.

Lei ha iniziato operando presso il Centro di Assistenza Legale, diventando poi coordinatore per il progetto di giustizia minorile e poi ha lavorato come program manager nel IMC sulla giustizia minorile. Mi può parlare di alcune delle sfide sostenute? Quali lezioni ha imparato che potrebbero aiutare altri che lavorano nella giustizia minorile?

Direi che la sfida principale è legata alla mentalità pubblica in termini di opinioni e percezioni in merito a crimini, punizioni e giustizia. Subito dopo l'indipendenza la Namibia ha dovuto affrontare un’impennata del tasso di criminalità, soprattutto nella capitale. A causa della percezione di un alto tasso di criminalità in combinazione con il divieto di punizioni corporali, l’opinione pubblica ha visto il nuovo approccio alla giustizia minorile come un andarci troppo alla leggera con i giovani delinquenti. Da un lato, abbiamo dovuto affrontare un’opinione pubblica scettica, che per lo più credeva nella deterrenza delle misure punitive, ritenute l'unico modo efficace per frenare il crescente tasso di criminalità. Dall’altro, avevamo figure istituzionali e forze dell'ordine - polizia, pubblici ministeri, magistrati – formate e specializzate secondo un’impostazione di giustizia punitiva. Pertanto, è stato un processo difficile e lungo spostare la mentalità verso i nuovi diritti e un approccio basato sulla giustizia riparativa.

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Le altre sfide principali riguardavano le leggi e l'effettiva applicazione di quanto previsto dal sistema di giustizia minorile. In primo luogo, abbiamo operato in assenza di una legge unitaria e di una politica nazionale per i minori in conflitto con la legge. Le normative applicabili ai minori in quel momento erano obsolete e si rendevano necessarie serie riforme. Oltre alle leggi, mancavano infrastrutture adeguate: strutture come carceri, centri educativi e centri di riabilitazione. Non avevamo inoltre molta scelta in merito a programmi di recupero, in particolare nelle zone periferiche. È importante capire che un sistema di giustizia minorile per funzionare correttamente deve poter disporre di adeguate risorse finanziarie, infrastrutture, e programmi di recupero e rieducazione diversificati e flessibili.

C'era inoltre la questione di una certa mancanza di chiarezza in merito ai ruoli e alle funzioni, in particolare tra i vari ministeri. Ad esempio, esisteva un acceso dibattito incentrato sulla questione se la giustizia minorile rientrasse nell'ambito del Ministero della Giustizia, del Ministero della Gioventù o del Ministero della Salute e dei Servizi Sociali. Col senno di poi, penso che quello che mancava era una strategia chiara per coordinare e delineare i ruoli di ciascuna delle parti interessate nei percorsi giudiziari. E, infine, la mancanza di una base dati sistematica per raccogliere le informazioni necessarie ha ostacolato i nostri sforzi di pianificazione, monitoraggio e valutazione.

Il Ministero della Gioventù e i gruppi di lavoro sulla giustizia minorile usano la cultura popolare per mettersi in comunicazione con i giovani? Se sì, in che modo ci siete riusciti e cosa avrebbe fatto lei di diverso?

Sì, abbiamo usato i mezzi di comunicazione (radio, brochure e supporti di stampa ) per le attività di prevenzione della criminalità. Tuttavia, a mio parere, lo abbiamo fatto ad un livello troppo generico rispetto a quella che sarebbe dovuta essere una strategia costruita su misura per i giovani per suscitare davvero il loro interesse. L’utilizzo dei mezzi di comunicazione è stato più efficace nel cambiare la percezione dell’opinione pubblica in merito al programma della giustizia minorile, ma probabilmente non è risultato altrettanto efficace nell’utilizzare parole e linguaggi significativi per i giovani.

Ho visto alcuni dei giovani (non so se a causa di nostri programma di recupero o meno) fare un'inversione a U e trasformare le loro vite fino a diventare cittadini produttivi e responsabili. Alcuni sono diventati professionisti con buoni posti di lavoro e hanno messo su famiglia. Altri però non ce l'hanno fatta.

Ci siamo inoltre concentrati troppo su un approccio di prevenzione della criminalità che ha sottolineato la paura e l'impatto negativo del vivere una vita criminale (ad esempio facendo leva sulla successiva impossibilità di ottenere un posto di lavoro, sulla certezza di finire in prigione, sul male fatto a se stessi, alla propria famiglia e alla comunità ). Instillare la paura è un buon mezzo per dissuadere ma una pessima strategia preventiva. Col senno di poi, probabilmente avremmo dovuto integrare questo approccio con una strategia che si concentrasse sui talenti, sui punti di forza e sulle potenzialità dei giovani, al fine di migliorare le loro capacità,  il loro empowerment, le loro ambizioni in una direzione positiva.

Quali cambiamenti a lungo termine ha visto nei giovani con cui ha lavorato?

Ho visto alcuni dei giovani (non so se a causa di nostri programma di recupero o meno) fare un'inversione a U e trasformare le loro vite fino a diventare cittadini produttivi e responsabili. Alcuni sono diventati professionisti con buoni posti di lavoro e hanno messo su famiglia. Altri però non ce l'hanno fatta. I programmi di recupero avrebbero potuto cambiarli, ma la loro situazione socio- economica e l’ambiente di vita sono rimasti invariati. Il principale ostacolo per molti di questi è stato che, dopo il completamento dei programmi di recupero, sono dovuti tornare nel loro stesso vecchio ambiente, che aveva svolto un ruolo pesante per i loro comportamenti devianti, nei loro vecchi quartieri. Quindi, in tali circostanze, il cambiamento è stato difficile da consolidare perché tutto nel loro ambiente di vita combatteva contro di loro.

Prima ha anche parlato della sfida nel sostenere finanziariamente il sistema della giustizia minorile.

La sostenibilità di qualsiasi programma dipende principalmente dalla sua compatibilità politica e tecnica. La prima riguarda la volontà a livello politico, in termini di sostegno, di impegno e di processo decisionale. La  seconda riguarda le risorse finanziarie, risorse materiali e risorse umane necessarie per attuare i programmi. Penso che in Namibia abbiamo avuto sì volontà politica ma non ci siamo concentrati a sufficienza sulla fattibilità tecnica del programma. Ci siamo affidati troppo ai finanziatori non istituzionali. Ma i finanziatori avevano la loro propria agenda e i propri tempi in rapporto a ciò che volevano raggiungere. Di conseguenza, quando hanno fatto mancare il sostegno tutto è crollato, minando tutti i passi avanti fatti.

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Dalla sua esperienza di lavoro con i giovani in Namibia, pensa che sia importante aiutare i giovani a poter accedere al sistema giudiziario ?

In Africa, in particolare nell'Africa sub-sahariana, è importante rilevare che i giovani sono i più colpiti dalle difficoltà economiche e sociali. Spesso, soprattutto a quelli in conflitto con la legge, manca una voce autorevole che li spinga a far qualcosa di positivo della loro vita. Quindi aiutarli ad accedere ai programmi del  sistemi di giustizia di accesso dei giovani è un altro modo di combattere le disuguaglianze, di arginare l'impunità e la giustizia discrezionale, e di promuovere una cultura democratica. Ma i giovani sono anche il gruppo sociale in più rapida crescita in Africa, sostenerli è un investimento importante per tutti i Paesi interessati da questa crescita.

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In che modo pensa che la comunità internazionale potrebbe sostenere meglio i programmi per i giovani nell’ambito giudiziario?

Occorre sostenere i programmi che riguardano i giovani in modo continuativo. Nell’ambito della giustizia minorile questo significa formazione degli agenti di polizia, dei pubblici ministeri, dei magistrati, degli operatori sociali e di tutti i soggetti coinvolti nei processi della giustizia minorile al fine di garantire che essi comprendano i principi e le filosofie sulla quale si regge, comprendendo la definizione di adeguate politiche, di applicazione effettiva delle disposizioni di legge e di analisi dei trend della giustizia minorile.

La riforma della giustizia minorile è un processo, non una gara di velocità.

Le capacità di costruzione di un tessuto sociale positivo richiede anche il rafforzamento dell’efficacia dei sistemi di istruzione dei giovani e soprattutto di quelli di istruzione superiore, in modo che rispondano alle esigenze di sviluppo dei ragazzi. La comunità internazionale potrebbe anche fornire opportunità di apprendimento e di condivisione reciproca attraverso programmi di scambio, collaborazione e networking su tutti gli aspetti della gioventù e stato di diritto.


Che cosa ne pensa la comunità internazionale potrebbe imparare dal sistema di giustizia minorile Namibia ?

A volte la comunità internazionale, con tutte le buone intenzioni, arriva con la propria rigida serie di valori e aspettative, facendo sì che le questioni vengano poste da un punto di vista universale piuttosto che da una prospettiva locale. Il problema è che a volte essa ignora (se non mina) le iniziative locali. È importante che la comunità internazionale sia non solo flessibile e paziente, ma anche in grado di capire l'importanza delle dinamiche locali. In altre parole è necessario riconoscere e comprendere le potenzialità, le competenze e le risorse locali. Ma anche tenere presente che la riforma della giustizia minorile è un processo, non una gara di velocità.

intervista pubblicata da Reinventing the rules, ottobre 2013

Nativo della Namibia, il signor Kamwanyah è consulente di politiche pubbliche attualmente si sta occupando di detenuti malati di Hiv (in carcere e sistemi correzionali). Tiene una rubrica settimanale sul quotidiano della Namibia. È anche un mediatore certificato. In passato ha insegnato Legge presso Rhode Island College-Anthropology Department.

 

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