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Violenza, comportamenti offensivi, bullismo e discriminazione sono fenomeni che impattano sulla vita di molti adolescenti, che ne sono vittime e anche spesso responsabili.

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L’indagine Istat sui giovani tra gli 11 e i 19 anni, condotta nel 2023 su circa 100 mila ragazzi, mostra quanto siano centrali relazioni tra pari, scuola e vita digitale: il 68,5% riferisce di avere subito almeno un comportamento offensivo o violento, online o offline, mentre il 21% sperimenta episodi di bullismo con frequenza continuativa.

Questo non significa le nuove generazioni siano diventate più aggressive o insensibili. Il comportamento problematico nasce spesso dall’intreccio tra caratteristiche individuali, relazioni familiari, esperienze scolastiche, rapporti con i coetanei e contesto sociale.

È dentro questa complessità che si colloca un recente studio internazionale pubblicato su BMC Psychology. La ricerca affronta una domanda concreta: quando un adolescente manifesta comportamenti gravemente oppositivi o aggressivi e sembra mostrare poca empatia, senso di colpa o preoccupazione per gli altri, su che cosa dovrebbe concentrarsi il trattamento?

Non è soltanto una questione di comportamento

I disturbi del comportamento comprendono aggressività, impulsività, oppositività, ostilità e violazioni delle regole. Una parte degli adolescenti presenta anche i cosiddetti callous-unemotional traits, o tratti calloso-emotivi, oggi indicati dagli studiosi anche come “limited prosocial emotions”.

Si tratta di caratteristiche che possono comprendere ridotto senso di colpa, minore empatia, limitata espressione delle emozioni e scarsa preoccupazione per gli altri. Non equivalgono a un giudizio morale sul ragazzo, non significano semplicemente “essere cattivi” e non rappresentano un destino già scritto. Costituiscono piuttosto un profilo che, quando si associa a importanti problemi comportamentali, può rendere più complesso il percorso terapeutico.

La presenza di questi tratti è stata associata a forme più intense e persistenti di comportamento problematico e, in diversi studi, a una maggiore probabilità di delinquenza precoce, aggressività, comportamenti antisociali persistenti e uso di sostanze. Ma un aumento del rischio non significa inevitabilità. Questa distinzione è particolarmente importante nell’infanzia e nell’adolescenza, perché un’etichetta applicata troppo presto può finire per descrivere il ragazzo più di quanto lo aiuti a cambiare.

Una ricerca che mette allo stesso tavolo genitori, clinici e ricercatori

Jennifer Diep, Ellfie Chen e Joyce H. L. Lui, della Concordia University di Montréal, hanno utilizzato un metodo Delphi modificato. Non hanno cercato di individuare “la terapia migliore”, ma di capire quali obiettivi terapeutici fossero considerati prioritari da tre gruppi direttamente coinvolti: genitori, professionisti della salute mentale e ricercatori.

Il campione iniziale comprendeva 86 persone: 26 genitori, 31 professionisti e 29 ricercatori. Sono stati valutati 42 possibili obiettivi terapeutici, distribuiti in sette aree: comportamento, emozioni, cognizione, famiglia e ambiente domestico, coetanei, scuola e ambiente, temperamento e personalità. Le valutazioni riguardavano separatamente bambini dai 3 ai 12 anni e adolescenti dai 13 ai 18.

Dopo due round sono stati individuati 26 obiettivi prioritari per i bambini e 30 per gli adolescenti. Nessuno degli obiettivi è stato considerato consensualmente poco importante.

Quando il bambino è piccolo, il cambiamento passa soprattutto dalla relazione

Per i bambini, quasi tutti gli obiettivi prioritari riguardano il mondo familiare e domestico: incoerenza nelle pratiche educative, modalità genitoriali negative, scarsa partecipazione e supervisione, basso calore affettivo, rifiuto, conflitti familiari e difficoltà nel rispondere ai bisogni emotivi del figlio.

Questo non significa che “la colpa sia dei genitori”. Una famiglia alle prese per anni con aggressività, provocazioni o violazioni delle regole può entrare in una spirale nella quale il bambino reagisce, l’adulto aumenta il controllo, il conflitto cresce e la fiducia diminuisce, spiegano gli autori.

Lo studio attribuisce quindi importanza non soltanto a ciò che fa il bambino, ma alla relazione nella quale quel comportamento si sviluppa. Cambiare il comportamento del figlio può richiedere di cambiare contemporaneamente il modo in cui adulto e bambino stanno insieme.

Tra gli obiettivi prioritari compaiono inoltre la regolazione delle emozioni, l’empatia, la capacità di riconoscere ed elaborare i segnali emotivi e le conseguenze di esperienze traumatiche o di vittimizzazione. Il problema, dunque, non è semplicemente “far rispettare le regole”, ma lavorare anche su relazione, emozioni e comportamenti prosociali.

Con l’adolescenza il campo si allarga

Durante l’adolescenza la famiglia resta importante, ma aumentano il peso dei coetanei, della scuola, dell’interpretazione delle intenzioni altrui e degli obiettivi e valori personali.

Lo studio riflette questo cambiamento: per gli adolescenti diventano prioritari praticamente tutti i fattori relativi ai coetanei, insieme a una gamma più ampia di aspetti emotivi e cognitivi. Tra questi figurano difficoltà nell’empatia e nell’elaborazione dei segnali emotivi, scarsa motivazione al cambiamento, adesione a obiettivi o valori devianti e difficoltà nel ragionamento morale.

L’aggressività resta comunque centrale: è stata considerata un obiettivo prioritario dal 92% degli esperti per i bambini e dal 91% per gli adolescenti.

Ma in adolescenza non basta chiedersi come ridurre un comportamento. Occorre capire che cosa lo motiva, quali relazioni lo rinforzano, come il ragazzo interpreta le emozioni degli altri e quale idea ha di ciò che è desiderabile, giusto o conveniente.

Un adolescente che non mostra rimorso dopo avere ferito qualcuno può avere difficoltà nel riconoscere gli stati emotivi altrui, nel comprendere le conseguenze interpersonali delle proprie azioni, nel dare valore a obiettivi prosociali o nel trovare una motivazione personale per cambiare. Il trattamento deve quindi andare oltre la semplice correzione del comportamento, spiegano gli studiosi.

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La questione dei coetanei: quando la terapia incontra la realtà

Molti obiettivi relativi ai coetanei e alla scuola, pur essendo prioritari, sono difficili da affrontare nello studio dello psicologo: un terapeuta può lavorare direttamente con il ragazzo e la famiglia, ma non può modificare da solo una classe, un gruppo di amici, un contesto di bullismo o un ambiente sociale problematico.

Per alcuni adolescenti, quindi, il trattamento non può fermarsi nello studio dello psicologo.

Scuola, famiglia e adulti significativi della comunità possono diventare interlocutori essenziali, soprattutto quando il comportamento problematico compare in più contesti. Il dato italiano sul bullismo rende questa dimensione particolarmente rilevante.

Tra gli adolescenti, gli esperti hanno attribuito un consenso elevato anche ai comportamenti rischiosi o dannosi online. È un elemento significativo perché mostra come aggressività, violazioni delle regole e

Tra gli aspetti più rilevanti emergono quelli emotivi e cognitivi, per valutare comportamenti problematici. Un ragazzo può sapere che un’azione è vietata senza attribuirle lo stesso significato emotivo di un altro adolescente. Può riconoscere razionalmente la sofferenza di una persona senza sperimentare una risposta empatica altrettanto intensa, oppure avere difficoltà a collegare le proprie azioni alle conseguenze sugli altri.

Per questo gli autori ritengono che i trattamenti per i giovani con comportamenti dirompenti e tratti calloso-emotivi debbano mantenere gli elementi degli interventi già efficaci sui problemi comportamentali, ampliandoli verso i processi emotivi, cognitivi e relazionali più specificamente associati a questi tratti.

La letteratura più recente offre, inoltre, un quadro meno pessimista rispetto al passato, spiegano i ricercatori. Le prime ricerche avevano suggerito una minore risposta ai trattamenti standard; studi successivi, compresa una meta-analisi citata dagli autori, indicano invece che i sintomi comportamentali possono diminuire in modo comparabile a quelli dei ragazzi senza tratti calloso-emotivi. Rimane però una maggiore compromissione complessiva e non è emerso un effetto generale del trattamento sulla riduzione dei tratti calloso-emotivi. Le riduzioni sembrano più probabili quando gli interventi includono una componente di gestione genitoriale.

Questo significa che non eliminare completamente i tratti calloso-emotivi  non equivale a fallire: ridurre aggressività, condotte oppositive e violazioni delle regole può già rappresentare un risultato clinicamente significativo, sottolineano gli studiosi.

Per gli adolescenti la possibile area di intervento si amplia verso coetanei, scuola, regolazione emotiva, empatia, motivazione al cambiamento, ragionamento morale e obiettivi personali. Tra le possibili strategie vengono indicati interventi cognitivo-comportamentali, tecniche orientate alle emozioni, programmi per le abilità sociali e parent-training comportamentale, insieme al coordinamento con la scuola.

Dalla colpa alla possibilità di cambiamento

Il messaggio più importante riguarda forse il modo in cui guardiamo ai ragazzi difficili, spiegano gli studiosi. Quando un adolescente continua a comportarsi aggressivamente nonostante le conseguenze, la tentazione è concludere che “non gli importa nulla”. La ricerca suggerisce invece domande più precise: quali emozioni riesce a riconoscere e provare? Come interpreta quelle degli altri? Quali relazioni rinforzano il suo comportamento? Che cosa pensa di ottenere attraverso l’aggressività? Quanto è motivato a cambiare? Quale ruolo hanno famiglia, scuola e gruppo dei pari?

Passare dal giudizio alla comprensione non significa giustificare il comportamento: significa creare le condizioni per modificarlo.

Lo studio suggerisce di tenere insieme comportamento ed emozioni, individuo e famiglia, psicoterapia e scuola. Per i bambini può significare intervenire presto sulle relazioni familiari e sulle competenze emotive; per gli adolescenti ampliare lo sguardo verso coetanei, scuola, motivazioni, valori e capacità di comprendere emozioni e intenzioni altrui.

Non esiste un singolo “bersaglio” terapeutico capace di spiegare tutto e non esiste ancora una terapia definitiva per il profilo calloso-emotivo. Esiste però la possibilità di costruire interventi più individualizzati e aderenti alla realtà quotidiana dei ragazzi e delle loro famiglie.

La prospettiva da conservare, concludono i ricercatori, è quindi semplice, ma tutt’altro che banale: un comportamento problematico può essere grave senza essere immutabile, e un tratto difficile può essere persistente senza essere necessariamente definitivo.


Riferimenti bibliografici

Diep J., Chen E., Lui J. H. L.
Prioritizing treatment targets for youths with disruptive behaviours
and callous-unemotional traits: a modified Delphi study
.
BMC Psychology (2026).