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In questi giorni lenti e paurosi in cui restare a casa è diventato un dovere (tanto che si può essere sanzionati se sorpresi a girare per strada senza valida ed autocertificata motivazione), per alcuni e per molte continua a non essere un diritto. Ci sono troppe donne per le quali l’essere "costrette" a stare a casa può voler dire sopportare, senza via di fuga, violenze di ogni sorta da parte del coniuge o del compagno maltrattante che in quella stessa casa convive.

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E così quelle mura, che dovrebbero proteggerle dal virus, le isolano e condannano a botte e umiliazioni. Per questo molte di noi hanno rilanciato sui social il numero dei centri Antiviolenza 1522 da chiamare in caso di pericolo perché «stare a casa per molte donne non è un invito rassicurante » e perché "fuori" esistono ancora reti di aiuto.

Ci sono poi molte altre persone che una casa dove restare rintanati per evitare il diffondersi del contagio proprio non ce l’hanno. E in queste notti e giorni interminabili di angoscia collettiva, queste creature si ritrovano esposte, loro malgrado, oltre che alle intemperie e all’insalubre degrado dell’abbandono anche a questa ulteriore velenosa insidia.

Fortunatamente alcuni dormitori cittadini hanno deciso di aprire le loro porte anche nelle ore diurne per offrire una qualche protezione alle persone senza dimora.

Ma poi capita anche, in questi giorni di follia, che qualche divisa troppo zelante decida di denunuciarne alcuni perché "colpevoli" di non avere con sé ben conservata nelle tasche bucate o ripiegata tra le preziose coperte avute in dono, l’autocertificazione che giustifichi il loro vivere in strada.

La causa della loro disobbedienza all’ordine dello "stare in casa" si chiama disuguaglianza, cattiva sorte, pessima politica sociale, povertà, ma in ogni caso non è contemplata dalla nostra ottusa burocrazia.

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Può anche accadere, come è avvenuto in questi giorni disperati in cui si invoca quella stessa solidarietà che fino alla settimana scorsa si condannava come reato, che ai profughi richiedenti asilo venga revocata l’accoglienza. Con atti rigorosamente inviati via pec (perché quando si negano i diritti è sempre bene non sporcasi le mani) la pubblica amministrazione ha notificato senza neppure aver dovuto indossare mascherina nè guanti, provvedimenti con i quali si ordina ai richiedenti asilo di lasciare i loro centri di accoglienza e li si sbatte in buona sostanza in mezzo ad una strada (dove per decreto oltre che per umanità non potrebbero stare!).

E ora non so come dirlo a questo ragazzo della Costa d’Avorio, che stava iniziando a curarsi le fratture delle persecuzioni subite nel suo Paese e le ferite delle violenze indicibili sofferte in Libia. Era in attesa di farsi operare quel ginocchio frantumato a bastonate che lo costringe ad una dolorosa zoppia e aveva iniziato i colloqui con le nostre valorose psicologhe per dare un senso a tutto il suo dolore... Come faccio a dirgli che deve lasciare il centro di accoglienza dove ottimi educatori avevano iniziato finalmente a farlo sentire protetto e, appunto, a casa? Come gli spiego che quel dovere di protezione "state a casa" per lui non vale, che può infettarsi e ammalarsi come un randagio?

E che magari poi verrà pure multato perché potrebbe contagiarci? Prendo tempo e ripasso come un mantra i dogmi della nostra Costituzione "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".

Siamo comunità, la salute, come gli altri diritti fondamentali, è indivisibile, va preservata per chiunque, senza nessuna esclusione né eccezione. Si guarisce solo insieme.


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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