L’art. 98 del Codice di Diritto Penale recita: “È imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità d’intendere e di volere”. Il Governo ha varato una proposta di legge che prevede dei cambiamenti in merito all’imputabilità dei ragazzi dai 14 ai 18 anni: si chiede di invertire l’onere della prova. Il ddl afferma che "si presume fino a prova contraria, la capacità di intendere e di volere" del minorenne che commette un reato.

Sembra un cavillo, una questione di sterile formalità: è molto di più! Tutto questo attiene non soltanto al territorio del diritto ma rende conto della cultura di un popolo, della conoscenza e della diffusione di questa in merito allo sviluppo fisico, psicologico e sociale dell’essere umano; in definitiva racconta di un intero sistema di valori sul quale si basa una comunità.
Viviamo all’interno di una società che attraversa un momento storico epocale: guerre, pandemie, crisi climatica. Trovare gli antidoti ai virus della sopraffazione, del consumismo narcisistico imperante, dell’individualismo è cosa ardua.
Gli adulti sono confusi, spaventati, sopraffatti. Spesso faticano nella regolazione delle proprie emozioni, esprimendosi con una comunicazione violenta e irrispettosa dell’Altro.
I ragazzi si appoggiano sulle sabbie mobili delle generazioni precedenti, sentono di sprofondare, di non trovare appigli perché il futuro è vuoto e/o pericoloso; il presente è così instabile da attivare un senso di precarietà mortifero. Non ci sono progetti in cui credere, né modelli a cui anelare.
Chiedere e attendersi che un adolescente possa regolare e controllare la propria emotività senza il contenimento di adulti pensanti, stabili e caldamente normativi è una illusione.
L’adolescente è un essere con caratteristiche fisiche e psicologiche ben definite: si trova impegnato in una profonda ristrutturazione cerebrale e psichica, caratterizzata dal disallineamento temporaneo tra la spinta pulsionale-emotiva e la capacità di regolazione cognitiva.
I sistemi sottocorticali, infatti, sono iperattivi: il sistema limbico (deputato alle emozioni) e il circuito della ricompensa maturano precocemente sotto la spinta degli ormoni; mentre la corteccia prefrontale (responsabile del controllo degli impulsi, della pianificazione e del giudizio critico) è ancora immatura, completando la sua evoluzione solo intorno ai 25 anni di età. Questo determina uno squilibrio funzionale: l'adolescente sperimenta passioni intense e sbalzi d'umore senza avere ancora il "freno biologico" pienamente sviluppato.
Tenere presente questa specificità fisiologica dei ragazzi rimette il sistema normativo in asse.
L’adolescente non è un piccolo adulto ma presenta bisogni, interpretazioni e interventi che tengano conto del delicato e peculiare momento esistenziale in atto.
La comunità con il suo sistema di regole e di rimandi ha un’importanza fondamentale. Può muoversi esercitando una funzione paterna severa, sadicamente punitiva oppure scegliere un sistema educativo che non si basi sul potere ma sul benessere dei propri figli. Attivarsi come un’istanza superegoica che afferma la norma come espediente protettivo e di sostegno al processo evolutivo del ragazzo.
Le istituzioni (famiglia, scuola, forze armate, governo) che si occupano della gestione di un vivere comunitario organizzato democraticamente sono impegnati, a vari livelli, nella formazione dei giovani come soggetti sociali pensanti e capaci di contribuire al benessere della collettività. Le modalità con le quali questo difficile compito viene portato avanti riflette la cultura valoriale di un popolo.
“Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. ― Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia”.

Il termine “gattabuia”, secondo alcuni deriverebbe dal vocabolo greco katagheìon, che significa sotterraneo (ghé, infatti, è la terra). Dal greco si sarebbero poi formate espressioni gergali dello stesso significato come catoia, catuia e catugia, ottenute incrociando “sotterraneo” con l’aggettivo buio.
La favola di Pinocchio ci permette di accostarci alla riforma dell’art.98 ampliando il territorio d’indagine e di analisi; Marie-Louise von Franz, psicoanalista junghiana, afferma che le fiabe sono "l'anatomia comparata della psiche", sono l'espressione più pura e genuina dell'inconscio collettivo.[1]
La fiaba rappresenta una mappa universale, un materiale condivisibile e accessibile a tutta l'umanità, che descrive i processi di evoluzione interiore e guarigione psichica.
Pinocchio ci permette di accostarci con lievità alla norma, di esperirne il senso e di interrogarci sulle possibili traiettorie percorribili della punizione: il burattino cerca giustizia nell’istituzione ma trova condanna; viene portato con la bocca tappata dalle guardie in “gattabuia”, che seguendo il significato etimologico del termine, si riferisce al territorio dell’Ombra, del mortifero non della possibilità di redenzione e di riabilitazione.
“E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi, quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. (…) — Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere. — Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero….— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io. — In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.[2]”
L’autore di Pinocchio, Carlo Collodi esprime bene il rischio che la punizione, se non ben pensata e congruente, possa diventare iatrogena: la detenzione di Pinocchio da innocente ne ha determinato la mutazione in criminale.
L’istituzione può svolgere una sana funzione paterna alfabetizzando il mondo emotivo dei suoi membri; parafrasando Lacan, Massimo Recalcati (2013) afferma: “La vera funzione del Padre (…) è quella di unire (e non di opporre) un desiderio con la Legge.”[3]
Gli adolescenti portano una domanda al mondo degli adulti : “Come vivere la propria esistenza nel rispetto della diversità e della propria unicità?” Questo quesito comporta accoglienza non giudicante, ascolto, mediazione e cura del mondo emotivo.
L’adulto ha il dovere di tenere questa domanda, non è opinabile, non è rimandabile, non è delegabile. Dall’attivazione di processi di integrazione dell’emotivo con il cognitivo, può passare una delle possibili risposte all’angoscia dell’adolescente che sfocia nell’agito.
La cura di spazi nei quali incentivare la vitale creatività, l’esempio da parte di adulti capaci di comunicare con rispetto delle posizioni dell’Altro, l’accoglienza del diverso come risorsa per crescere e arricchirsi diviene la strada verso il mare delle possibilità.
“…Così Elisewin scese verso il mare nel modo più dolce del mondo – solo la mente di un padre poteva immaginarlo – portata dalla corrente, lungo la danza fatta di curve, pause ed esitazioni che il fiume aveva imparato in secoli di viaggi, lui, il grande saggio, l’unico a sapere la strada più bella e dolce e mite per arrivare al mare senza farsi del male…” [4]






