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Un bambino guarda il proprio piatto e poi quello del compagno. Non sa come funzioni il bilancio comunale, non decide quali bollette pagare, non può saldare un debito. Può però accorgersi che a lui viene servito qualcosa di diverso. E chiedersi perché.

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È da questa scena possibile, prima ancora che dai conti della refezione scolastica, che dovremmo partire per riflettere sulla scelta dell’amministrazione di Mortara (PV): un menù semplificato, con pasta in bianco e altre pietanze, destinato ai bambini delle famiglie non in regola con il pagamento della mensa. Secondo le dichiarazioni del sindaco riportate dalla stampa, la differenza avrebbe dovuto indurre i bambini a lamentarsi a casa, spingendo così i genitori a regolarizzare la propria posizione.

Il 5 ottobre u.s. il sindaco ha annunciato la fine dei pasti differenziati, rivendicando il recupero di parte degli arretrati. Il ritorno allo stesso menù per tutti è un passaggio necessario. Rimane però la domanda sul metodo: quanto può costare a un bambino un credito recuperato attraverso il suo disagio? E quale idea di istituzione si afferma quando si esibiscono le somme recuperate senza interrogarsi sul prezzo educativo di quella scelta, per i bambini che l’hanno subita e per quelli che vi hanno assistito?

L’articolo 3 della Costituzione offre un criterio per affrontare questa domanda. Il primo comma afferma la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge, senza distinzioni, fra l’altro, legate alle condizioni personali e sociali. Il secondo assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente libertà e uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona.

L’uguaglianza formale riconosce a ciascuno la stessa dignità; quella sostanziale richiede che le istituzioni intervengano sulle condizioni che rendono quel riconoscimento insufficiente nella vita quotidiana. È qui che la vicenda di Mortara entra in tensione con il mandato costituzionale. La difficoltà economica, o anche l’inadempienza di un adulto, viene portata dentro la scuola e resa visibile attraverso il trattamento riservato a suo figlio. L’istituzione finisce così per accentuare le disuguaglianze proprio nel luogo in cui dovrebbe impegnarsi a ridurle.

Nessun bambino può essere trattato diversamente dagli altri perché i suoi genitori non hanno pagato la mensa. Questo principio deve valere anche quando un adulto potrebbe pagare e sceglie di non farlo. Le responsabilità rimangono sue. Trasferirne le conseguenze sul figlio significa coinvolgere una persona che non dispone di alcun potere sulla situazione contestata.

Non conosciamo il vissuto dei singoli bambini coinvolti e non possiamo attribuire loro emozioni o conseguenze psicologiche che non sono state documentate. Possiamo però interrogarci sul rischio di vergogna, sul sentirsi esposti allo sguardo dei compagni, sulla fatica di tornare a casa portando una protesta che gli adulti hanno deliberatamente sollecitato. Il bambino viene inserito in una controversia economica e incaricato, nei fatti, di farla avanzare. Il suo malessere diventa utile a ottenere un comportamento altrui.

Anche chi riceve il pasto ordinario assiste a una lezione. Può imparare che il diritto a essere trattati come gli altri dipende dalle condizioni economiche della propria famiglia e che è accettabile far ricadere sui figli le responsabilità dei genitori; che un’autorità può servirsi della vulnerabilità per farsi ascoltare. È un messaggio particolarmente grave dentro un ambiente educativo.

La scuola, accanto alla famiglia, è uno dei luoghi decisivi nei quali i bambini imparano a vivere con gli altri e a riconoscersi parte di una comunità. La sua funzione si esercita nelle relazioni quotidiane, oltre che nelle lezioni. Il pranzo condiviso appartiene a questa esperienza: si sta allo stesso tavolo, si aspetta il proprio turno, si scoprono abitudini diverse, si impara che ciascuno ha un posto.

Far passare attraverso quel momento una pressione rivolta ai genitori trascina lo spazio scolastico in una funzione che ne compromette il significato educativo. La decisione comunale va distinta dalle responsabilità di dirigenti, insegnanti e personale, ai quali non si possono attribuire adesioni o scelte non documentate. Proprio questa distinzione rende più evidente il problema: una scelta amministrativa può coinvolgere l’intera comunità scolastica in una pratica contraria al lavoro di inclusione che le viene richiesto ogni giorno.

In questa prospettiva, parlare di prepotenza istituzionale significa descrivere uno squilibrio preciso: il potere di decidere è nelle mani dell’adulto, mentre la conseguenza viene fatta sperimentare al bambino, che non può risolverne la causa. La finalità di recuperare un credito non cancella il carattere punitivo di questa relazione.

Il problema dei costi della mensa esiste e richiede risposte sostenibili. Ma affrontarlo seriamente impone anzitutto di guardare alle condizioni materiali delle famiglie. Secondo i dati Istat riferiti al 2025, oltre 2,1 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. A queste si aggiungono situazioni di fragilità nelle quali basta una spesa imprevista per compromettere un equilibrio già faticoso.

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Affitto, utenze, trasporti, spese sanitarie e scolastiche si sommano. Per comprendere il peso della refezione basta un esempio ipotetico, che non rappresenta la tariffa di Mortara: cinque euro a pasto per venti giorni fanno cento euro al mese per un figlio, duecento per due. La stessa cifra può essere facilmente sostenibile per un nucleo e molto impegnativa per un altro. La presenza di un reddito da lavoro, da sola, non spiega quanto rimanga effettivamente disponibile.

Le morosità richiedono dunque di essere comprese e differenziate. Possono esserci impossibilità economiche, difficoltà linguistiche o amministrative, disorganizzazione, conflitti fra genitori e anche rifiuti ingiustificati di pagare. Servono tariffe proporzionate alle risorse, esenzioni accessibili, aiuto nelle domande, contatti tempestivi e rateizzazioni realistiche. Quando il pagamento è dovuto e sostenibile, il Comune deve poterlo esigere con gli strumenti rivolti agli adulti, mantenendo il pasto dei bambini al riparo dalla controversia.

Esiste poi una responsabilità collettiva da coltivare. Un servizio pubblico vive anche del contributo di chi può sostenerne il costo. Onorare quel contributo significa partecipare alla continuità di un bene comune. Questa consapevolezza cresce più facilmente quando i cittadini comprendono come vengono impiegate le risorse, riconoscono l’equità delle tariffe e trovano interlocutori capaci di ascoltare e spiegare.

L’appartenenza al territorio si costruisce così, attraverso una reciprocità riconoscibile fra persone e istituzioni. Deve poter coinvolgere anche chi è arrivato da poco, chi conosce meno la lingua o fatica a orientarsi negli uffici. Chiedere responsabilità ha senso dentro una relazione nella quale ciascuno possa capire i propri doveri ed essere messo nelle condizioni di assolverli. L’umiliazione di un figlio incrina proprio la fiducia necessaria a costruire questa reciprocità.

La prospettiva più ambiziosa riguarda infine la scuola che vogliamo finanziare. Potenziare i servizi scolastici, estendere l’accesso alla mensa e costruire le condizioni per una sua progressiva gratuità richiede risorse pubbliche stabili e scelte condivise fra livelli istituzionali. La discussione politica dovrebbe misurarsi con questa responsabilità, rendendo esplicito quanto si intende investire nelle opportunità dell’infanzia.

Il figlio di un genitore immigrato analfabeta deve trovare a scuola strumenti e possibilità adeguati quanto il figlio di un professionista benestante. Le risorse familiari di partenza continueranno a essere diverse; per questo la scuola deve offrire sostegni capaci di ridurne il peso sui percorsi di crescita. Un pasto, una gita, un laboratorio, il tempo trascorso con gli altri concorrono a rendere effettiva quella possibilità.

Quando l’accesso a queste esperienze dipende sempre più dalle disponibilità economiche, la posizione sociale rischia di diventare un destino assegnato prima ancora che un bambino possa esprimere le proprie capacità. È contro questa ereditarietà delle opportunità che dovrebbero lavorare le istituzioni.

L’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale si misura anche qui: nel posto che viene riconosciuto a ciascuno durante un pranzo a scuola. Un bambino dovrebbe potersi sedere accanto agli altri senza portare nel piatto il debito dei suoi genitori.

Manuela Del Campo
Assistente sociale, sociologa e coordinatrice genitoriale, ha conseguito la laurea in Scienze del Servizio Sociale e la laurea magistrale in Scienze Sociali Applicate, con indirizzo in criminologia e sicurezza, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2008 si occupa di tutela dei minori e sostegno alle famiglie, maturando anche esperienza nel coordinamento e nella direzione dei servizi sociali. Attualmente lavora presso il Comune di Milano nel progetto SOS-LINK, dedicato alle situazioni di elevata conflittualità familiare dopo la separazione. Dal 2023 è componente esperta del Tribunale di Sorveglianza di Milano. I suoi interessi di studio e scrittura riguardano le relazioni familiari, la violenza domestica, la responsabilità educativa e il rapporto tra persone, servizi e istituzioni.