Venerdì 16 ottobre, a Milano, migliaia di studenti hanno sfilato per una scuola più inclusiva, contro il caro affitti e il riarmo. Le cronache della mattina non segnalavano tensioni. Sabato e domenica, invece, a imporsi sono state le immagini dei disordini: vetrine infrante, saccheggi, incendi e scontri con le forze dell’ordine. Una domanda sorge spontanea: quando diventano visibili gli adolescenti? Quando prendono parola o quando fanno paura?

La gravità dei fatti del 17 e 18 ottobre non può essere minimizzata, né possono esserlo i danni e la paura di chi li ha subiti. Ma lo sguardo clinico invita a non fermarsi alle immagini e ai titoli di giornale. Secondo le prime ricostruzioni, la manifestazione di sabato è nata da inviti arrivati dal nulla tramite messaggi a tempo, quelli che scompaiono dopo la lettura. Altri giovani sono arrivati quando tutto era già partito, dopo aver visto reportage live sui social. La maggior parte dei ragazzi non era parte di nessun gruppo strutturato.
Accanto all’intenzionalità violenta di alcuni, va considerata un’altra spinta: l’attrazione per qualcosa di eccezionale, da non perdere, che sembrava prendere vita fuori dallo schermo. Per alcuni adolescenti esserci può aver significato entrare nello spettacolo anziché guardarlo, condividere un’esperienza eccitante, sentirsi protagonisti. È un’ipotesi clinica, non una spiegazione valida per tutti né un’attenuante per i reati commessi.
In adolescenza il gruppo dei pari è un luogo fondamentale di costruzione dell’identità: permette di sperimentare appartenenza, coraggio, riconoscimento. Talvolta anche il rischio e la trasgressione diventano modi disfunzionali per cercare un posto nello sguardo degli altri. La trasgressione, oggi, non è soltanto agita: può essere filmata, raccontata, esibita. I social amplificano questo bisogno di visibilità, senza esserne necessariamente la causa, sono l’alleato contro l’invisibilità.
A ciò si aggiungono, per alcuni ragazzi, la noia e la difficoltà di trovare nella quotidianità occasioni significative di autonomia. Quali spazi offriamo loro per sentirsi parte attiva della città, senza che ogni esperienza sia organizzata, sorvegliata o finalizzata a una prestazione? Il rischio può diventare una scorciatoia per cercare intensità e riconoscimento: non perché la noia produca violenza, ma perché la trasgressione può sembrare, per un momento, un modo di sentirsi vivi.
In tutto ciò, c’è un’emozione che rischia di restare sullo sfondo: la rabbia.
La psicoanalisi ha nel tempo preso in prestito diverse immagini per parlare dell’adolescenza: il conflitto edipico con l’autorità, le questioni narcisistiche del riconoscimento e della vergogna. Forse oggi, accanto a Edipo e Narciso, trova posto anche Tantalo.
Nel mito greco Tantalo vede ciò che desidera, ma non può raggiungerlo. È una metafora efficace della contraddizione contemporanea: ai ragazzi si mostrano continuamente possibilità, beni di consumo, successo e realizzazione personale, mentre l’accesso a quelle opportunità resta profondamente diseguale. Molti messaggi adulti promettono un futuro aperto, purché ci si impegni abbastanza; la realtà restituisce invece incertezza e competizione.
La rabbia può allora essere anche la risposta a una promessa percepita come tradita: non soltanto il desiderio di possedere ciò che altri possiedono, ma la sensazione di non avere un posto, di essere esclusi da un futuro mostrato e insieme negato. Esistono naturalmente molte adolescenze, diverse per storia, condizioni economiche e opportunità. Proprio per questo occorre interrogarsi sulle possibilità concrete che vengono offerte ai ragazzi.
Nel lavoro clinico con adolescenti aggressivi e trasgressivi la rabbia talvolta sembra occupare tutto lo spazio emotivo. Ascoltandone le storie, emergono però anche tristezza, vergogna, paura, sentimenti di esclusione e impotenza: emozioni difficili da riconoscere e pensare, che possono trovare nell’azione una via immediata. Comprenderle non significa giustificare la violenza, ma cercare di intervenire sul suo significato oltre che sulle sue conseguenze.
Dopo i disordini, tra i ragazzi sono circolati messaggi anonimi su presunte aggressioni indiscriminate e violenze sessuali, insieme a voci su possibili rappresaglie contro gli stranieri. Le minacce diffuse nelle chat non hanno trovato riscontro negli episodi annunciati, secondo le cronache del 20 ottobre; eppure hanno prodotto paura concreta. Alcuni studenti non sono andati a scuola. Nella pratica clinica, in questi giorni, il timore ha ostacolato persino la possibilità di raggiungere lo studio per un colloquio psicologico.
È un punto decisivo: anche quando una minaccia non trova riscontro nella realtà, la paura può essere autentica e modificare i comportamenti. Nella clinica della violenza si osserva talvolta un cortocircuito della paura: l’altro appare imprevedibile e pericoloso; nasce la convinzione di doversi difendere, di dover fare paura per non averne (Di Lorenzo, Suigo, 2025). Così, paradossalmente, la violenza può diventare una risposta alla paura della violenza.

Quando questa rappresentazione investe interi gruppi sociali, l’altro smette di essere una persona e diventa una categoria: lo straniero, l’italiano, il ragazzo di periferia, il privilegiato, il «maranza». Le differenze si irrigidiscono, le appartenenze diventano confini e il mondo sembra popolarsi di nemici.
Questa polarizzazione non riguarda soltanto gli adolescenti. Attraversa anche il linguaggio pubblico, le narrazioni giornalistiche, le conversazioni degli adulti. La violenza dei ragazzi ha occupato la scena. Ma anche il modo in cui le forze dell’ordine hanno gestito gli scontri, e quello in cui gli adulti li hanno raccontati, dovrebbe interrogarci.
Gli adolescenti imparano anche osservando come gli adulti esercitano l’autorità e affrontano i conflitti. Porre limiti è necessario, così come proteggere chi è esposto alla violenza. Ma il limite non coincide necessariamente con la punizione, e l’autorevolezza non si esaurisce nella forza.
Le misure presentate dal Governo dopo i disordini — nuove sanzioni e controlli, la presunzione della capacità di intendere e di volere per i minorenni tra i 14 e i 18 anni, salvo prova contraria, e cinquecento militari aggiuntivi a Milano — riaprono una questione centrale. La sicurezza immediata è comprensibile, certo; il contenimento, però, non esaurisce il lavoro necessario a evitare che la violenza si ripeta. Quale risposta può favorire un cambiamento evolutivo?
Una revisione degli studi sul coinvolgimento formale dei minorenni nel sistema giudiziario ne ha rilevato, in media, esiti sfavorevoli rispetto alle alternative considerate (Petrosino e colleghi, 2010). Un’altra analisi mostra quanto contino, negli interventi rivolti a ragazzi autori di reato, l’appropriatezza, la qualità e l’orientamento al cambiamento del programma (Lipsey, 2009). Non basta rendere la risposta più severa: bisogna chiedersi che cosa produca, per chi e con quali obiettivi. Anni e anni di letteratura scientifica ripetono questi stessi concetti.
Il processo penale minorile italiano, con il D.P.R. 448 del 1988, ha riconosciuto la specificità dell’adolescenza. La messa alla prova (artt. 28–29) ne è un’espressione importante: un percorso seguito dai servizi e valutato dal giudice, che richiede al ragazzo di confrontarsi con il reato, con il danno e con la possibilità di assumersi responsabilità. Non è indulgenza. È la scelta di non identificare definitivamente una persona con il comportamento che ha commesso.
Un adolescente non è semplicemente un adulto più giovane. La sua identità è ancora in costruzione; anche un atto grave non definisce necessariamente una traiettoria futura. Restituirgli soltanto l’immagine di qualcuno di pericoloso significa restringere lo spazio in cui possa immaginarsi diverso. Già la Legge Caivano ha segnato un colpo importante nell’ambito della giustizia minorile, alle cui conseguenze gli operatori del campo stanno già assistendo.
Servono scuole capaci di valorizzare, servizi territoriali accessibili, luoghi di aggregazione, opportunità culturali e lavorative. Occasioni in cui trovare appartenenza senza bisogno di un nemico, misurarsi con il conflitto senza trasformarlo in violenza, sperimentare autonomia senza essere lasciati soli. La rabbia, del resto, non è un’emozione da cancellare: può spingere a separarsi, contestare, cambiare. È compito degli adulti aiutare i ragazzi a pensarla e a trasformarla, anziché lasciarla diventare distruttiva.
Il rischio più grande non è soltanto avere adolescenti che fanno paura agli adulti. È crescere adolescenti che hanno sempre più paura del mondo, degli altri e del proprio futuro. Investire nei ragazzi significa anche questo: offrire ragioni concrete per sentirsi parte della società, e un futuro nel quale valga la pena riconoscersi.
Nel frattempo, dalla finestra, le sirene continuano a suonare.






